martedì 13 maggio 2014

Jukebox Inferno.

Colui che non può contare su alcuna musica dentro di sé, e non si lascia intenerire dall'armonia concorde di suoni dolcemente modulati, è pronto al tradimento, agli inganni e alla rapina: i moti dell'animo suo sono oscuri come la notte, e i suoi affetti tenebrosi come l'Erebo. Nessuno fidi mai in un uomo simile.
William Shakespeare, Il mercante di Venezia.

Un getto di fumo scuro esce da una crepa sull'asfalto, fluttua a mezz'aria, si sposta sotto la luce dei lampioni come uno sciame di falene. La città ha il moto brulicante del sabato sera. I clacson delle macchine in coda al semaforo, il baluginio dei televisori dietro le finestre, l'aria intrisa di smog.
Un ragazzo in jeans e giubbotto di pelle cammina sul marciapiede. Un accenno di barba gli sporca il viso, capelli neri raccolti in una coda. Si ferma e guarda per un attimo il cielo notturno mentre si accende una sigaretta: la luna è simile a un baffo bianco e ricurvo, le nuvole matasse sfilacciate trasportate dal vento. Infila le mani nelle tasche, riprende il cammino.
L'entità lo insegue. Le persone non lo notano, indifferenti come un contadino mentre tira il collo a una gallina. Il ragazzo attraversa la strada con passo svelto, l'insegna al neon dell'hotel sfarfalla e lo illumina come se scattasse delle diapositive rosso sangue. Butta la cicca in un tombino ed entra.
Qualche poltrona e un tavolinetto con sopra delle riviste di moda.
A sinistra un bancone di legno con sopra un computer. Delle dita ossute battono sulla tastiera.
Il receptionist, magro come uno stecco di gelato, sposta lo sguardo dallo schermo, gli sorride.
«Ciao, Leo. Ti sta aspettando» dice.
Leo non si ferma, annuisce e mentre attraversa l'atrio fa un gesto di saluto. Trova l'ascensore aperto. Entra.
Il fumo si assottiglia, si spalma sul pavimento come un'ombra fugace. Staccato il dito dalla pulsantiera, Leo si volta verso lo specchio e vede riflessa la nube cinerea che filtra all'interno mentre le porte si chiudono.
La canzone in diffusione è di Bobby McFerrin.
Here’s a little song i wrote,
you might want to sing it note for note,
don’t worry, be happy.
Si addossa alla parete, spalanca la bocca. L'entità s'insinua dentro come un serpente di vapore e gli rigetta l'urlo in gola.
Aint got no place to lay your head,
somebody came and took your bed,
don’t worry, be happy.
Il corpo sussulta, gli occhi si girano e le pupille lasciano il posto al bianco invaso dai capillari ramificati.
L'ascensore arriva al sesto piano, e quando le porte si aprono, Leo ha uno sguardo diverso, tagliente. Maligno.
Esce con un ghigno stampato in faccia.
«Andiamo a spassarcela.»
Le porte si richiudono alle sue spalle, la canzone si allontana, viene trascinata verso il basso, come inghiottita nelle viscere dell'Inferno.
Don’t worry, be happy now…
Percorre il corridoio. Pareti verde acido. Cammina sulla moquette castagna, osserva i numeri sulle porte. Incrocia una donna di colore in sovrappeso che trascina il carrello delle pulizie. Indossa guanti di gomma e ha un paio di stracci infilati nel grembiule blu.
«Hey, schiava. Dov'è la camera duecentotre?» chiede il posseduto.
La donna rimane interdetta, come se l'avessero appena svegliata da un'ipnosi.
Lui sbuffa.
«Due, zero, tre. Capisci? Sai contare?»
La donna arriccia la faccia carnosa, come se avesse chiuso un pugno.
«Come ti permetti, ragazzino! Impara le buone maniere» risponde.
Il ragazzo scuote la testa e sgrana gli occhi.
«Come ti permetti, negra?» ringhia.
Avanza verso la donna con due passi ampi, veloci, e le molla un destro in faccia. Lei crolla, rovescia il carrello. Rimane a terra priva di sensi. Panni sporchi in faccia.
«Ringrazia il cielo che ho altro da fare. Ai miei tempi, certe cose finivano molto peggio di una carezza. Avrei già consegnato la tua testa ai maiali.»
Le sputa addosso e si allontana.
Trova la stanza. Si piazza davanti alla porta, sfila l'elastico dai capelli e risistema la coda. Bussa.
Apre una ragazza. La pelle chiara si confonde con la seta della vestaglia.
S'intravedono mutande e reggiseno di pizzo. I capelli biondi raccolti in uno chignon. Qualche ciocca, sfuggita alla presa, scende verso il basso e le accarezza il collo sottile.
«Era ora, Leo» dice. La voce dolce come vaniglia.
«Appropriarsi dei ricordi degli altri ha i suoi vantaggi.»
«Come?»
«Niente, niente. Salve, splendore.»
La ragazza lo prende per la giacca e lo strascina a sé. Lo bacia e lo porta in camera.
Lo stereo è acceso. La voce di Mike Patton, in Evidence, nuota nel brodo caldo prodotto dal groove di basso e batteria.
If you want to open the hole
Just put your head down and go.
Si spogliano. Si buttano sul letto. Fanno sesso. La ragazza geme di piacere, anche se gli fa notare di essere più ruvido del solito.
«E non hai ancora visto niente, donna.»
I didn't feel a thing
It didn't mean a thing.
Leo la tartassa di pugni in faccia, alle costole, la prende a morsi. La stupra. Sanguinante e stremata dalle violenze, la ragazza sviene. Le mani avvinghiate al collo stringono con ferocia, le mozzano il fiato fino a quando smette di dimenarsi. Un braccio scivola e cade inerte dal bordo del letto.
Ne abusa ancora, per tutta la notte.
Anything you say, we know you're guilty
Hands above your head, you won't even feel me.
Il giorno dopo esce dalla stanza mentre si sistema la zip dei pantaloni, cammina verso l'ascensore.
Le porte si aprono. Si trova di fronte la donna di colore. Ha un cerotto sull'occhio, gonfio come una pallina da ping-pong.
«Bu!» urla Leo.
L'inserviente salta come su un tappeto elastico, urla e scappa. Lui scoppia in una grassa risata.
Arrivato al piano terra, si avvia all'uscita.
«Com'è andata?» chiede il receptionist.
Il posseduto sorride.
«Arretrati da recuperare» risponde.
«Come ti capisco. Piacerebbe anche a me trovare una sventola del genere, mi accontenterei anche di una carina. Facciamo una qualsiasi rappresentante dell'altro sesso.»
«Be', almeno ti rendi conto di valere quanto uno zoccolo d'asino. Mangia qualche piatto di zuppa in più. Sarebbe un buon punto di partenza.»
Il receptionist fa una smorfia, allunga il collo magro come se qualcuno gli tirasse la testa dall'alto.
«Leo, non mi hai mai parlato così. Che ti prende?»
«Mi prende che delle tue sconfitte amorose non me ne frega un bel niente. Anzi sai che ti dico? Che per me sei una donna allegra, solo che ancora non te ne sei accorto.»
«Non sono gay.»
«Gay? Vi chiamate così, adesso? Non importa, fate schifo uguale.»
Il receptionist mette le mani sui fianchi. Gli occhi umidi e le labbra tremule.
«Non sarai più ben accetto in questo hotel» urla con la voce da strega.
«Lo vedi? È la tua reazione che parla per te. Ti sembra una voce da uomo, quella?»
«È la mia voce, non l'ho scelta io. Adesso vattene!»
«Buttami fuori, laccio di scarpa.»
Il receptionist si ammutolisce.
Leo si avvicina al bancone, lo scavalca. Si mette faccia a faccia.
«Avanti, combatti da uomo.»
Gli molla un manrovescio.
«Coraggio, dammi un pugno, cazzo. Fa qualcosa.»
Il receptionist si piega, si rannicchia come un cane bastonato, piange.
Leo lo guarda con disprezzo, lo schiaffeggia ancora, lo butta a terra e gli molla un paio di calci al costato.
«Mi fai vomitare.»
Uscito dall'hotel si dirige al parcheggio, gira tra le macchine, tira qualche maniglia, guarda che non ci sia nessuno in giro e con una gomitata rompe il finestrino di una vecchia Fiat. Si mette al posto di guida e lavora con i fili dietro al blocchetto dell'accensione. Mette in moto.
«A quanto pare ci sapevi fare, Leo. Buon per me. Io rubavo cavalli, questa roba ai miei tempi non c'era.»
Si mette in strada.
La quiete della domenica mattina. Strade semi deserte, il sole pallido, la gente che si sveglia all'ora di pranzo.
Accende lo stereo. Il cd di Justin Beaber parte a tutto volume con Confident.
That’s right. I think she foreign.
Think she foreign, got passports.
Mi amor started slow, got faster
.
Schiaccia i pulsanti dello stereo, non trova quello per l'espulsione, lo prende a pugni.
She gon’ work some more, work some more.
No stopping her now, no stopping her now
.
Riesce a fare uscire il cd.
«Questa è sterco, di quello fumante.»
Lo prende e lo butta fuori dal finestrino rotto.
Apre il cruscotto.
«Vediamo se c'è qualcosa di decente.»
Non trova niente, così mette la radio e la sintonizza su una stazione rock.
Led Zeppelin.
Black dog parla dell'amore in tutt'altro modo: sesso e rock'n'roll.
Hey, hey mama, said, the way you move
Gon' make you sweat, gon' make you groove...
«Be', niente male, non c'è che dire.»
Schiaccia l'acceleratore e si allontana.
Guida senza una destinazione precisa. Fuma una sigaretta mentre tamburella le dita sul volante.
Passa vicino a un parco. Parcheggia e attraversa la strada.
Erbaccia alta, panchine arrugginite.
Un laghetto artificiale che sembra una pozzanghera maleodorante dove al posto di anatre e pesci galleggiano cartacce e buste di plastica.
Si siede, si guarda intorno.
Per terra nota una pagina di giornale mezza accartocciata con la foto di Barack Obama.
«Presidente degli Stati Uniti» legge.
«Certo che il mondo è diventato proprio una latrina.»
Si sdraia. Senza accorgersene, chiude gli occhi e si addormenta.
Si sveglia nel tardo pomeriggio. Si alza in piedi. La bocca impastata.
Mentre si stiracchia, una donna percorre il sentiero sterrato che attraversa il parco. Rosso fuoco sulle labbra, capelli biondi. Gonna corta, calze a rete. Una borsetta piccola quanto un portafogli.
«Hey, sei una sgualdrina?» chiede lui con la voce assonnata.
La donna si ferma e sorride.
«Sgualdrina non lo diceva neanche mio nonno» risponde.
«Quindi? Lo sei?»
«Di certo non sono una suora. Stavo giusto andando al lavoro. Vuoi farti una sveltina?»
«Mi hai letto nel pensiero.»
«Hai i soldi?»
Leo rovista nelle tasche, trova cento euro nel portafogli.
«Altro che sveltina, possiamo tirarla un po' per le lunghe, se vuoi.»
«Non credo riusciresti a resistere molto.»
La prostituta ride.
«Uno stallone da monta, che fortuna! Andiamo dietro a quel cespuglio, Siffredi. Tanto non passa mai nessuno da qui.»
Leo sbadiglia e la segue.
Una volta dietro agli arbusti, un urlo soffocato, le foglie si muovono come sotto una scossa di terremoto. Quando finisce, una gamba della donna spunta dalle fronde.
Leo esce, si dà qualche pacca sui vestiti e si pulisce da qualche ramoscello rimasto attaccato.
Vede la gamba, le dà un calcio e la rispedisce nel cespuglio.
«Che ti avevo detto?»
Torna in macchina e dopo qualche chilometro nota una luce e del fumo sul lato della strada. Si avvicina.
«Un chiosco. Bene, finalmente si mangia.»
Parcheggia nelle vicinanze e scende dall'auto.
All'interno, un uomo si dà da fare con una paletta. Madido di sudore e col grembiule insozzato di grasso e salse, sposta peperoni e cipolle sfrigolanti sulla piastra arroventata. Odore di carne alla griglia. Una radiolina accesa alle sue spalle trasmette i Daft Punk. Lose yourself to dance. Il magico groove del funk.
Leo si avvicina.
«Che buon profumo.»
L'uomo alza la testa e sorride.
«I panini migliori della città.»
«Davvero? Bene. Fammene uno con tutto quello che hai lì.»
«Siamo affamati, eh?»
«Non mangio da secoli. Dammi anche una birra.»
L'uomo prepara il panino. La farcitura trabocca come se volesse scappare dall'essere divorata. Glielo passa insieme alla birra.
«Sembra buono. Ora devo andare, ci vediamo» dice Leo, e si avvia alla macchina.
L'uomo cambia espressione. Il colore del viso, già rosso per il caldo, sembra diventare incandescente.
«Pezzo di merda, dammi i soldi!»
Leo si ferma, si volta e dà un morso al panino.
«Perché, se no che succede?» dice con la bocca piena.
«Pagami subito o chiamo i carabinieri.»
Leo sorride. Mette la roba in macchina e torna da lui.
You take my shirt and just go ahead and wipe up all the
Sweat, sweat, sweat.
Lo pesta a sangue. Lo rapina, e oltre ai soldi porta via una confezione di birra da sei. Si accende una sigaretta, prende dei tovaglioli e avvicina la fiamma dell'accendino.
Torna in macchina e si allontana mentre guarda il fuoco che divora il chiosco dallo specchietto retrovisore. Una sagoma avvolta dalle fiamme scappa fuori dall'incendio, cade per terra, rotola, urla. Leo schiaccia il clacson come una trombetta da stadio e si allontana.
Gira un po', osserva la città dal finestrino mentre si gusta il panino. I negozi chiudono, i locali notturni aprono.
Non percorre molta strada prima di trovare una discoteca. Accosta al marciapiede, la fila di ragazzi davanti a un buttafuori. Ragazze con abiti che potrebbero vestire un neonato. Pelle lucida e trucco pesante.
Mangia l'ultimo boccone e trangugia la birra.
Scende e si dirige all'ingresso. Cassa ritmica e suoni distorti si gonfiano fino a diventare assordanti. Keith Flint riempie l'atmosfera acida dei The Prodigy con la voce lamentosa e schizofrenica.
Come play my game I'll test ya
Psycho-somatic addict insane.
Leo passa davanti alla fila e si piazza davanti al buttafuori. Sembra un gorilla con un vestito troppo stretto.
«Cosa devo fare per entrare, bestione?» chiede.
Qualcuno mugola, un ragazzo, da dietro, gli tocca la spalla.
«Zio, vedi di rispettare la fila.»
Leo si volta. Il ragazzo ha un vestito elegante dai colori sgargianti, la testa piena di brillantina e le scarpe lucide.
«Per non finire dal segaossa, dovresti fare due cose. Non chiamarmi zio, e vestirti in modo che non mi faccia male agli occhi, ragazzino» risponde.
«Ragazzino? Sarai più piccolo di me. Stai facendo lo stronzo?»
Leo sembra non aver sentito, si gira e si rimette a parlare col buttafuori.
«Visto? Colpa dei genitori se crescono così.»
«Torna in fila, ha ragione lui.»
«Cos'è, vi siete messi d'accordo? Non fatemi incazzare, voglio solo entrare in questo cagatoio e divertirmi un po'.»
«Hai sentito cos'ha detto? Torna in fila o sei nella merda» intima il ragazzo.
Leo si gira di scatto e alza il braccio per tirargli un destro, ma la mano rimane bloccata all'altezza della spalla, come una palla avvolta in un guanto da baseball. Prova a muoverla, ma è stretta in una morsa. Si volta. Il buttafuori lo guarda dall'alto con lo sguardo di uno che ha perso la pazienza.
«Torna in fila o vattene, non lo ripeto.»
«Ok, ok, come vuoi, me ne vado.»
La tenaglia di carne si apre, Leo si allontana in silenzio mentre scuote la mano indolenzita nel tentativo di far circolare il sangue.
«Bravo, vattene a casa» urla il ragazzo. La folla lo segue e tutti gli inveiscono contro.
Sale in macchina e mette in moto.
La stazione rock trasmette i Pantera, ora.
La chitarra di Dimebag Darrell arriva da lontano, come un bullo pronto a schiaffeggiarti, l'inizio potente di Cowboys from hell, la voce di Phil Anselmo che vomita rabbia.
Showdown, shootout,
spread fear within, without
We’re gonna take what’s ours to have .
Arriva in fondo alla strada e fa inversione. Mette in folle. Prende il cartone di birre e scende dall'auto. Si accovaccia, con una mano tiene schiacciata la frizione e con l'altra appoggia le birre sull'acceleratore. La macchina sembra urlare.
Ingrana la prima e con un gesto rapido lascia la frizione e si sposta.
Le gomme stridono e fumano. Urla che si aggiungono a urla. Parte.
You see us comin’
And you all together run for cover
We’re takin over this town.
Sembra mangiarsi l'asfalto mentre sfreccia verso la discoteca. Travolge le persone in fila come sparata da un cannone. Il ragazzo col vestito sgargiante sembra un manichino: vola per diversi metri e si schianta al suolo come un meteorite. Quelli che non rimangono feriti scappano come blatte dal fuoco.
La Fiat centra il buttafuori col muso, lui rimane incastrato, privo di sensi, col busto riverso sul cofano. Lo trascina oltre una siepe e finisce la corsa contro un muro. L'uomo vomita sangue sul parabrezza. La testa sbatte sulla lamiera, i tergicristalli si attivano e gli arbusti incastrati grattano il vetro e stridono come posate sfregate sulla porcellana.
Leo si è gustato la scena fino alla fine. Sorride, come se avesse assistito a uno spettacolo di fuochi d'artificio.
«Ho sprecato sei birre, ma ne è valsa la pena.»
Corre via e s'infila in un vicolo. Si allontana finché non sente più le sirene.
Rallenta per prendere fiato.
Un ragazzo esce da un portone con un casco in mano, si avvicina a un motorino incatenato al palo.
Leo si ferma, fa finta di guardare la vetrina di un negozio. Appena il ragazzo apre il lucchetto gli si avventa contro, gli sfila il casco dalle mani e lo colpisce in testa una, due, tre volte, finché non rimane disteso a terra. Gli prende le chiavi, inforca il motorino.
«Sei uno stronzo» urla il ragazzo.
«E tu sei debole. Ti ho fatto il culo e mi prendo ciò che è tuo. Se non sai difenderti sono affari tuoi. Ci vediamo, femminuccia.»
Accelera e lascia dietro di sé una nuvola che puzza di olio bruciato.
Arriva al Marvin's pub, butta il motorino per terra ed entra.
La luce paglierina imbratta il verde fulgido dell'Irlanda sulle sciarpe appese alle pareti. Una cornice raffigura un tucano appollaiato su una banderuola, con una Guinness appoggiata sul becco.
«Ciao, Leo» dice il barista.
Leo guarda in giro. Ci sono due energumeni e un ragazzo con i capelli lunghi. Sa chi sono: Ale, Nico e Franchino. Lo salutano. Annuisce.
«Fammi una birra, Andrea» dice.
«Ci siamo svegliati con il manuale della gentilezza in mano? Chiedi per favore e aspetta il tuo turno.»
«Per favore, mi faresti una fottuta birra?»
Andrea mostra il dito medio.
«Certo, con molto piacere, magari ti aggiungo uno sputo mentre guardi da un'altra parte.»
«Lascialo perdere Andrea. Avrà avuto una giornata di merda» dice Franchino.
Indossa la maglietta di una band Metal dal nome illeggibile, come se gli avessero lanciato contro il petto uno straccio imbevuto di succo di pomodoro.
Andrea annuisce e sbuffa.
«Allora dovrei essere incazzato tutti i giorni.»
Spina le birre per Ale e Nico. I due sono immersi in una discussione rugbistica.
«Ti dico che se non fosse stato per il ginocchio sarei in nazionale» dice Ale.
«Incredibile come questa scusa valga per tutti gli sport. Hai mai pensato, magari, di non essere all'altezza?» ironizza Nico.
Andrea scoppia a ridere.
Prepara la birra a Leo e gliela porge.
«Tutto a posto? Mi sembri strano, oggi.»
«Fatti gli affaracci tuoi. Voglio solo bere.»
«Lo prendo come un no. Ti lascio in pace a sbronzarti. Vedi di non vomitare sul pavimento e nemmeno di pisciare fuori dalla turca. E con fuori intendo sul muro.»
Torna ai rugbisti.
«Riguardo a voi due, vi ho visto giocare. Siete grossi come due furgoni, ma senza ruote. Ben piantati nel terreno.»
Ale sbuffa e fa un gesto con la mano come per togliere una ragnatela davanti alla faccia.
«Dai, non te la prendere. Ha ragione, facevamo schifo a giocare» dice Nico.
«Non facevo schifo. Almeno, non quanto te. Potrei ancora mettere un orso pancia all'aria, per quanto mi riguarda.»
«Ah, sì? Pensa, proprio stamattina ho accartocciato un distributore di bibite e ne ho bevuto il contenuto. Ero senza moneta e avevo sete.»
Dopo uno sguardo di sfida mal recitato, ridono e brindano.
Leo inizia a farsi male da subito. Continua con un Campari col bianco, che diventano cinque, alternati da qualche Guinness, senza proferire parola, come se nella vita avesse usato la bocca solo per bere.
Ogni tanto qualcuno prova a dirgli qualcosa, ma lui risponde sempre con grugniti e insulti.
Dopo un amaro, barcolla fino alla sedia più vicina e si lascia cadere.
Passa un'ora. Ha la testa crollata sul tavolo, le braccia inerti lungo i fianchi, la bava addensata tra la guancia e il legno.
Franchino sorseggia una bionda mentre cammina da una parte all'altra del pub. Si ferma e solleva lo sguardo verso la cassa appesa a un angolo del soffitto. Ne esce un assolo di chitarra tagliente, grintoso, con le palle. La batteria sincopata che viaggia come un treno. Jorgensen dei Ministry vomita parole come preso da un raptus incontrollabile. Every time I stick my finger on in ya
You're a wild wild little town bitch.
«Allora? Se vuoi ascoltiamo tutta la discografia» dice Andrea.
Franchino appoggia la birra su un tavolo, si volta, scosta i capelli corvini dal volto.
«Ministry?» chiede.
«Ok, ci sei quasi» risponde Andrea mentre serve le pinte.
«L'album è Psalm69.»
«Guarda che ti frega come al solito» dice Ale.
«Già, ci becca sempre» conclude Nico.
Andrea mette le mani sui fianchi.
«Prima o poi dovrà sbagliare, e quando lo farà organizzerò una festa con alcol, che qui non manca, belle donne e magari qualche cannone, che non guasta. E lui non sarà invitato.»
Franchino fa una risata piratesca, si scola i tre quarti di birra rimasti in un'unica, rumorosa sorsata. Rutta.
«Organizzerai quella festa quando ti toccherà indossare pannolini per non imbrattarti di merda e l'uccello non somiglierà a un calzino usato. Il titolo del pezzo è Jesus build my hotrod, e mi devi una birra.»
«Io non eccello per eleganza, ma tu sei una bestia che scoreggia dalla bocca, ragazzo mio. Comunque, la birra te la sei meritata.»
«Che ti frega delle buone maniere, siamo tra noi. Vero, Leo?» chiede Franchino.
Leo non risponde. Alza le palpebre per un attimo. I bulbi oculari iniettati di sangue.
«Visto? Lui non ha problemi. E poi qui non succede mai niente.»
Andrea ha gli occhi sgranati e indica la vetrata alle spalle dei suoi amici. Si voltano.
«E questa, che roba è?» domanda Franchino.
«Non ne ho idea, mai visto niente del genere» risponde Andrea.
Una nebbia rossa invade la strada. Le macchine spariscono in lingue porpora e la luce dei lampioni viene ingoiata da sbuffi rosso rubino. Un odore di uova marce impesta l'aria.
Leo scatta in piedi, come se gli avessero iniettato una siringa di adrenalina.
«Mi ha trovato.»
Il lettore cd è in random. La playlist è già sul tocco di Steve Ray Vaughan in Cold shot. Masturba la chitarra e l'accompagna con voce calda.
Once was a sweet thing, baby
Held that love in our hands.
Corre in bagno, niente finestre. Torna indietro, arriva al bancone. La porta si apre. Entra un uomo vestito con un completo scuro, si toglie il cappello a tesa larga e saluta con un cenno del capo. Capelli impomatati, occhi color ghiaccio, naso adunco e labbra sottili.
«Buona sera. Un tempo strano, lì fuori» dice.
«Ne sa qualcosa?» chiede Andrea.
L'uomo sorride.
«Ti dispiace se ci diamo del tu?»
«Nessun problema, amico.»
«Per rispondere alla tua domanda, sì, ne so qualcosa. Mi fai una birra, intanto?»
Leo si sposta e torna a sedersi senza farsi notare. Mette la testa sul tavolo e finge di dormire.
«Sarò breve. Il mio nome è Mezhel, e sto cercando una persona. Si chiama Jack Busterfield, e so che è qui tra voi, ne sento l'odore.»
Andrea appoggia la birra sul bancone.
«Non credo di aver capito.»
Mezhel sorride.
«Sono un cacciatore di anime fuggitive. Questo signore se l'è svignata dall'Inferno, e io sono venuto a riportarlo indietro. Ecco cosa mi ha portato da queste parti. Il problema è che quando riescono a fuggire, non hanno più un corpo fisico, quindi entrano in qualche malcapitato e si mescolano tra gli umani.»
A tutti scappa un risolino. Ale quasi sputa la birra, mentre Nico scuote la testa.
«E cosa avrebbe fatto questo Jack, di tanto grave da finire all'Inferno?»
«Diciamo che è uno che ama le donne a modo suo.»
«Non mi sembra un gran peccato.»
Mezhel prende la birra e beve. Due sorsate, metà pinta. La rimette sul bancone e sospira. Inizia a camminare. I tacchi degli stivali che battono sul pavimento.
«Non lo sarebbe se si trattasse di amore canonico. Lui le violentava, le picchiava, le uccideva, le violentava dopo morte. Era anche razzista e alcolizzato. Insomma, uno di talento. Aveva uno scantinato dove portava gli schiavi...»
«Schiavi?»
«A quei tempi la gente di colore era trattata come animali da soma, o da compagnia, non so se mi spiego. In Texas, in quel periodo, potevano farci quello che gli pareva con gli schiavi. Lui era uno di questi. Portava quelli che secondo lui sgarravano nello scantinato. In mezzo alla stanza c'era un ceppo, un set di coltelli e una scure. Più era grave quello che avevano combinato, più pesante era la mutilazione. Un giorno tagliò l'uccello a uno perché gli aveva fatto trovare la cena fredda.»
L'assolo di Vaughan si riempie di tocchi, di scale, di cuore. Gli stacchi secchi con la batteria.
«Che bastardo» dice Franchino.
«Puoi dirlo forte. E non dubito che abbia continuato le sue scorribande anche qui.»
«Sai che c'è? Che non credo a una parola di quello che hai detto. Arrivi qui che sembri il figurante di Lee Van Cleef, parli di Inferno e di anime fuggitive di serial killer vissuti ai tempi dello schiavismo. Io dico che spari cazzate e che sei venuto per prenderci per i fondelli. Avrai qualche mini telecamera nascosta da qualche parte in quel vestito di merda. Oppure, dopo aver fatto quel bell'effetto speciale fuori dal locale, un tuo compare si è nascosto in quel fumo rosso a filmare tutto.»
Mezhel scatta, gli stivali sembrano un metronomo impazzito. Gli si piazza davanti. Gli occhi sembrano immersi nell'azoto liquido.
«Hai capito bene, bello. O sei fuori di testa oppure ci stai prendendo in giro. E non sfidarmi con quello sguardo. Sono piccolo, ma ho rotto culi più grossi del tuo, intesi?» dice Franchino.
«Adesso che ci penso, potresti essere tu.»
Gli afferra la testa con una mano, stringe e lo solleva da terra. Franchino urla. Ale e Nico scattano per aiutarlo. L'uomo si volta e spalanca la bocca. Una lingua biforcuta frusta l'aria. Loro si bloccano, sbiancano in viso.
«Oppure voi» sibila.
Le casse sputano Iron Maiden, ora. Be quick or be dead.
L'acuto inconfondibile di Bruce Dickinson.
Covered in sinners and dripping with guilt
Making you money from slime and from filth.
La testa di Franchino va in frantumi, gli occhi schizzano fuori dalle orbite, e quando Mezhel molla la presa, cade floscio come un cappotto usato.
Artigli affilati come lame di porcellana crescono sulle sue dita. Si sposta come un'ombra, silenzioso come un soffio. Ale digrigna i denti, quattro solchi si materializzano sul petto. Si accascia a terra, mentre la maglietta si chiazza di rosso. Nico prende uno sgabello. Lo agita come un randello e cerca di colpirlo, ma riesce solo a spostare l'aria. Un tonfo. Lo sgabello cade a terra, le mani lo stringono ancora con forza, nonostante siano mozzate all'altezza dei polsi. Cade in ginocchio, urla, mentre il sangue sgorga dai moncherini.
Mezhel gli compare alle spalle, l'artiglio sulla gola che si apre come una bocca sdentata.
«No, tu non sei Jack.»
Ale si è rimesso in piedi, carica a testa bassa mentre ringhia come un cane rabbioso.
Il demone si sposta. Gli artigli veloci come una frustata. È la testa di Ale a fare il tonfo, ora. Rotola e sbatte contro il bancone. Il corpo continua la sua corsa e si schianta contro il muro.
Mezhel scoppia in una risata.
«Questa è da sganasciarsi, sembrava una gallina.»
Andrea è impietrito. Non muove un muscolo, farfuglia qualche parola incomprensibile tra le lacrime.
Il cacciatore di anime fuggitive si avvicina, lecca il sangue dalle lame, prende la pinta e finisce la birra.
L'affiatamento di Gers e Murray che si alternano negli assoli, mentre la batteria dritta e decisa di Nicko McBrain li accompagna.
«Bene. Siete rimasti in due. Tu e l'ubriacone. Quindi, se sei Jack Busterfield, ti consiglio di dirmelo, così torniamo a divertirci con gli altri dannati. Non farmi sprecare tempo.»
«Ti giuro che non c'entro niente» piagnucola Andrea.
Mezhel finisce la birra. Gli occhi cambiano in viola ciclamino e la fronte si costella di vene rigonfie.
Andrea prende una pinta, la frantuma contro la parete e se l'avvicina alla gola. Mentre tenta invano di resistere, il vetro lacera la carne e inizia a penetrare.
«Parla» ringhia il demone.
Andrea urla, non riesce a fermarsi. Si piscia nei pantaloni.
Mezhel ride.
«Ok, basta così. Andiamo, Jack» dice. Gli occhi tornano chiari come acqua limpida. Andrea lascia cadere la bottiglia.
Leo/Jack, è in piedi. Per la prima volta il suo sguardo cede. Il male che viene sconfitto da un male più grande.
«Sapevo fin dall'inizio che eri tu. Volevo solo divertirmi un po'. Come hai detto a quello del motorino, sei debole, e mi prendo ciò che è tuo» dice Mezhel.
Andrea ha la bocca spalancata, e guarda Jack come se avesse davanti un cane con tre teste.
«Stiamo parlando dell'Inferno. Se ci sono finito non è certo perché ho un cuore d'oro. E non c'è vita, per quanto preziosa, che non sacrificherei per non tornare in quel posto.»
Andrea è come paralizzato, l'unica cosa che si muove è il sangue che cola dal collo.
Mezhel tira fuori una fiaschetta argentata dalla tasca interna della giacca, toglie il tappo e la punta verso Jack. Del fumo gli esce dalle narici, dalla bocca, dalle orecchie, dagli occhi, si agglomera in una sagoma nera, vaporosa. Fluttua verso di lui, mentre il corpo di Leo crolla a terra come una marionetta senza padrone.
«È ora di andare» dice il demone. Jack Busterfield viene risucchiato come sporcizia da un aspirapolvere. Chiude la fiaschetta e la ripone nella tasca. Si avvicina alla porta, si volta. La lingua biforcuta esce per una frazione di secondo, tremula e sibilante.
«Ti risparmio per la birra. Ne avevo bisogno, da dove vengo fa un caldo tremendo. Saluti» dice, e ridacchia.
S'immerge nella foschia rossa. La nebbia si dirada e lascia il posto alla luna a falce e al vento fresco.
Andrea è immobile in quel mattatoio. Si guarda in giro come affetto da nistagmo. Stringe i pugni, trema. Ha un sussulto. Un urlo che sembra infinito, mentre Johnny Cash canta con voce dolente e profonda.
I fell into a ring of fire I went down, down, down
And the flames went higher.

lunedì 14 aprile 2014

Qualcosa di buono.

Il mio racconto "Sotto terra" nella raccolta horror "Oltre la paura" EF Edizioni.
Grazie a Enrico Teodorani e Francesca Paolucci :)