Grazie a Enrico Teodorani e Francesca Paolucci :)
lunedì 14 aprile 2014
Qualcosa di buono.
Il mio racconto "Sotto terra" nella raccolta horror "Oltre la paura" EF Edizioni.
Grazie a Enrico Teodorani e Francesca Paolucci :)

Grazie a Enrico Teodorani e Francesca Paolucci :)
martedì 25 marzo 2014
Risveglio
Ho partecipato con questo racconto al premio scheletri. Settimo posto su venti. Vincevano i primi tre.
Tamburi e voci si
fanno spazio nelle orecchie di Jamhil, fino a invadergli la mente.
Apre gli occhi, si
ritrova immerso nelle tenebre, sdraiato in uno spazio ristretto, con
le mani incrociate sul petto. Nelle narici, odore di legno bagnato e
terra umida.
Prova ad aprire la
bocca, ma non ci riesce. Sposta le mani e con le dita tasta lo spago
che gli serra le labbra increspate.
Muove la lingua,
sente la consistenza e il sapore dei semi di sesamo.
Una voce greve
spicca sulle altre, lo chiama.
Jamhil gratta con le
unghie la superficie legnosa.
«Spirito
vitale che ti muovi nell'aria, entra in questo corpo, riempilo del
tuo alito, restituiscigli la forza, risveglialo al potere del dio
eterno, fallo camminare in questo luogo! Perché io sono lo strumento
del potere di Thayth, il santo dio. Jamhil, vieni a me.»
Jamhil
non vuole rispondere, perché sa che sarebbe la fine del suo viaggio
verso l'aldilà, e l'inizio del suo percorso da non morto. Per questo
Edwidge, una volta deceduto, gli mise dei semi di sesamo in bocca e
gli cucì le labbra. Per resistere al richiamo del Bokor.
Non
riesce a controllare i muscoli del viso, si contraggono con riflessi
involontari e la carne delle labbra si dilania mentre si aprono.
«Diventerai
il mio schiavo, Jamhil?»
Jamhil
sputa le semenze e strappa le cuciture in un urlo ormai disumano.
Le
pale affondano nel terreno, il cigolio dei chiodi, il legno che
scricchiola mentre li rimuovono dal coperchio.
I
tamburi e i canti rituali si fermano. Il silenzio immerge il cimitero
in uno stato di quiete.
Jamhil
guarda la luna piena color sangue e le lacrime gli rigano il volto
scavato. Lo prendono per le braccia, lo mettono in piedi e lo portano
davanti a De Souza: teschio bianco dipinto sulla faccia d'ebano,
collana d'ossa di pollo e un bastone con piume di gallo nero. Sorride
con i denti perlati.
«Pensavo
di non farcela. Per essere uno schiavo denutrito sei resistente. Ma
ora è tempo che paghi per le tue malefatte. Sapevi fin dall'inizio
cosa sarebbe successo se avessi continuato, e sai come trattiamo
queste cose ad Haiti. Ora voltati e guarda.»
Jamhil
sposta lo sguardo. Edwidge è legata a un palo, nuda. Il sangue le
sgorga dalla bocca, cola sul mento, giù per il collo e si dirama in
piccoli rivoli sui seni.
«Le
ho dovuto tagliare la lingua. Ha imparato da me il rito per
difenderti, ma se non citi la formula, semi e spago non funzionano a
dovere.»
Jamhil
scuote la testa. De Souza si avvicina, apre la mano all'altezza della
bocca, sul palmo una polvere gialla. Gliela soffia in faccia e i
bulbi oculari si fanno lattiginosi.
«E
adesso nutriti del tuo amore.»
La
donna, in lacrime, urla e sputa sangue verso il marito, mentre Jamhil
si avvicina barcollante.
Una
volta di fronte all'amante, appoggia le labbra sul collo.
«Ti
amo» è l’ultima cosa che riesce a dire prima di perdere lucidità.
De
Souza ride, fa un gesto con la mano, tamburi e canti rituali tornano
a riempire l'aria.
Quello
che all'inizio sembra un bacio diventa un
morso, un pasto, un amore finito.
lunedì 24 febbraio 2014
Il cannibale
Il cesso del pub è
una fogna di piscio, feci e schizzi di vomito. Le persone comuni non
resisterebbero più di cinque minuti senza avere conati. A me invece
piace. È come se le
mie narici fossero invase dall'odore dolce di un frutteto. Passo
l'indice sul bordo e assaggio: saporito come crema di noci. È come
una droga, non posso farne a meno.
Attraverso
il pub e torno in strada, abbottono il cappotto e indosso i guanti.
Salgo sul furgone, metto in moto e guido per le strade della città.
Oggi ho voglia di femmina.
Qualche
prostituta ha sfidato il gelo in cerca di clienti. Ne trovo una
bionda, con culo e tette che vincono la gravità. Niente di
artificiale. Rovinare la carne con quelle protesi o con le iniezioni
di botulino è una bestemmia.
Metto
la freccia e accosto. Abbasso il finestrino e la invito a salire. Ha
un vestitino azzurro che sembra un fazzoletto. Il corpo sodo, gambe
lunghe e affusolate. Appetitose.
Mi
infilo in una stradina secondaria e mi fermo in una radura. I fari
illuminano salviette e preservativi usati. Spengo il motore, mi volto
verso di lei.
«Sei
pronta per cominciare?» dico. Lei annuisce e sorride.
«Togliti
il vestito.»
Esegue.
Mette in mostra la pelle color latte e i capezzoli rosei. Schiumo
dalla bocca come se ci fosse del detersivo. Non riesco mai a
controllare la salivazione, davanti al cibo.
Spalanco
la bocca. I denti cadono e dalle gengive carnose crescono le fauci
taglienti come lame di ceramica. Le palpebre si ritirano fino a
scomparire, i bulbi oculari escono dalle orbite attaccati a dei
piccoli tentacoli e scrutano, venati di violaceo, quello spuntino
notturno. Urla e prova ad aprire la portiera.
«Bloccata,
signorina, mi spiace.»
Le
immobilizzo la testa con le ventose cartilaginee che mi sono spuntate
al posto delle mani e affondo le zanne nel cranio, le apro la calotta
come una latta di fagioli e mi cibo del cervello: è come formaggio
spalmabile, ma più saporito. Ancora caldo.
Mi
crescono le tette, gli occhi ritornano nelle cavità oculari e si
tingono di azzurro, le gambe nerborute e pelose lasciano il posto a
un bel paio di cosce. Un' altra proprietà speciale della carne
umana: mi fa mutare in ciò che mangio.
Getto
il cadavere nella sterpaglia, metto in moto e torno a casa dentro un
cappotto da uomo più grande di due taglie. Faccio una doccia e
prendo un vestito dall'armadio. Ne ho di tutti i tipi e di tutte le
taglie. Ne trovo uno nero, attillato, con la scollatura sulla
schiena. Ormai sono anni che vivo qui e ho collezionato una sacco di
roba, grazie alle mie prede, e so che ai maschi piace vedere queste
cose. E a me piacciono loro. In realtà, da quando sono atterrato su
questo pianeta, non ho trovato un tipo di umano che non mi piaccia.
Deliziosi.
Amici per la carne
Ciao a tutti. Ho formato una piccola confraternita su facebook. Appassionati di horror e scrittura. Mi consigliano e mi randellano come farebbe un forum letterario di tutto rispetto.
Questo racconto è stato bocciato. Questo non significa per forza che sia brutto. Solo ho proposto anche qualcosa di meglio. Saluti.
Questo racconto è stato bocciato. Questo non significa per forza che sia brutto. Solo ho proposto anche qualcosa di meglio. Saluti.
Lino armeggia con i
fili d'accensione dell'auto. Deve tenere la testa piegata in avanti,
altrimenti dovrebbe farlo con una guancia appoggiata al tettuccio. Le
dita callose tremano, il sudore cola dalla sua fronte spaziosa e
penetra negli occhi. Li asciuga con la manica della felpa, strizza le
palpebre e si rimette al lavoro.
Ste è seduto di
fianco, con i polmoni affamati d'aria, muove gli occhi in tutte le
direzioni come se fosse affetto da nistagmo.
Il volto smagrito, un pizzetto simile a una barbetta caprina, i
capelli cadono sulle spalle unti e sporchi come alghe chiazzate di
petrolio.
«Lino,
devi darti una mossa. Questa mattina non ho proprio voglia di fare da
colazione.»
«Ce
la sto mettendo tutta, cazzo.»
«Ma
non eri un elettricista, prima della pandemia?»
«Lo
sono ancora, e sarei capace di farti l'impianto elettrico di un
palazzo a occhi chiusi e con un dito in culo, ma queste cose non le
ho mai fatte, e finiscila di rompere i coglioni, che sono già in
difficoltà. Piuttosto, guarda nel cruscotto e vedi se trovi qualcosa
di utile.»
Ste
allunga la mano stanca e apre lo sportellino, rovista e trova un cd.
Sulla copertina un motore rosso fuoco.
«Oh-
oh. I Ministry. Questi sì che spaccano» dice con un filo di voce.
«Che
album è?»
«Psalm
69.»
«Roba
forte. Giuro che se riesco a far partire la macchina te lo faccio
infilare.»
Ste
alza gli angoli della bocca.
«Preferirei
farlo in una vagina, ma mi accontento anche del lettore cd.»
Continua a cercare e trova un coltellino. Sbuffa.
«Guarda.»
Lino
distoglie lo sguardo dai fili.
«Con
quello si puliscono i denti dopo averti divorato.»
«Meglio
di niente.»
«Quello
è
niente, Ste. Comunque dammelo, così posso lavorare meglio.»
Ste
glielo passa e Lino torna al lavoro. Toglie la gomma che riveste i
fili di rame e li intreccia. Il motore si accende.
«Sì!
Lo sapevo che ce l'avrei fatta.»
«Hai
visto che ti serviva?»
Delle
sagome barcollanti escono dai vicoli, dalle case, dai negozi.
Sembrano materializzarsi dal nulla. Una signora anziana, con un morso
sulla guancia grande quanto un pompelmo, spunta da dietro un
cespuglio e si avvicina trascinandosi con gli avambracci. Non ha la
parte inferiore del corpo e lascia una scia rosso scuro. Un pezzo di
budella spunta fuori dal tronco come una lunga coda sanguinolenta.
«E
questi da dove cazzo sono usciti?» dice Ste.
«Hanno
sentito il motore. Per questo preferisco farmela sempre a piedi, ma
se vogliamo raggiungere le montagne ci serve un'auto. Dobbiamo
filarcela, tra poco saranno molti di più.»
L'anziana
si attacca alla maniglia della portiera, batte i denti, ringhia e si
tira su. Sbocca del liquame nero sul vetro, davanti allo sguardo
atterrito di Ste.
«Parti,
cazzo» dice.
Lino
schiaccia il pedale dell'acceleratore, gli pneumatici lasciano i
segni sull'asfalto. L'auto si allontana da una nuvola di fumo che
puzza di gomma bruciata e si porta dietro la signora. Rimane
attaccata per un bel pezzo, finché non molla la presa e rotola come
un sacco di spazzatura caduto da un camion della nettezza urbana.
«Bene,
ora puoi mettere il cd. Cerca “Jesus built my hotrod”. Quel pezzo
è una bomba.»
«Hai
detto che i divoratori sono attratti dal rumore.»
«Anche
dall'odore del sangue caldo, se è per questo. Sono peggio di squali
a digiuno da due mesi. Ormai ci hanno sentiti. Un po' di musica non
peggiorerà la situazione, e comunque devo andare a tavoletta per
uscire da qui. Una volta fuori dalla città abbandoniamo questo
rottame e ce la facciamo a piedi.»
«Lino.»
«Ci
costruiamo un rifugio. Coltiviamo un orto, e invecchiamo beati.»
«Non
fare così.»
«Così,
come?»
«Lo
sai. Sono due giorni che mi porti in giro in spalla. Domani potrei
non aprire gli occhi e vedere la tua faccia di merda, e soprattutto
sentire l'odore delle tue ascelle. Cazzo, puzzano più di quei mostri
incancreniti.»
Lino
non risponde. Tiene lo sguardo fisso sulla strada. Le lacrime
sgorgano come rivoli d'acqua.
«Ho
paura di rimanere solo.»
«Sei
grande e forte quanto un bulldozer. Non dovresti avere paura di
niente e nessuno.»
«Il
problema è il cervello, non il fisico. Ho paura di dare di matto e
finire a mangiare la mia merda e a ridere come uno povero demente.»
«La
scena della merda non vorrei perdermela.»
Lino
lo taglia con lo sguardo.
«Tranquillo,
tanto non ci arrivo, te l'ho detto. A parte gli scherzi. Devi tirare
avanti. Qualche bella figa come me c'è ancora, in giro. Io devo solo
tenerti compagnia per un altro po'.»
Infila
il cd e seleziona il pezzo.
«Sai
qual è la cosa più stronza che Dio possa fare? Farti ammalare di
tumore durante un'epidemia zombi.»
L'introduzione
di Al Jorgensen. La voce greve e profonda.
Soon
i discovered that this rock thing was true
Jerry lee lewis was the devil
Jesus was an architect previous to his career as a prophet
Jerry lee lewis was the devil
Jesus was an architect previous to his career as a prophet
Le
chitarre distorte e la batteria sincopata partono come un treno.
Jorgensen vomita parole come preso da un raptus incontrollabile.
Lino
sorride e annuisce.
Sterza
e controsterza. Schiva auto incidentate, abbandonate, alcune hanno
ancora i proprietari all'interno, invasi dalle mosche e dai vermi.
Passa su carcasse spolpate, investe i divoratori che attraversano.
Uno è così decomposto da esplodere sul parabrezza, imbrattandolo di
frattaglie.
Attiva
i tergicristalli, che non fanno che peggiorare la cosa.
«Non
vedo un cazzo» urla.
La
macchina prende una buca, esce di strada e si schianta contro un
albero.
Le
casse continuano a sputare musica.
Lino
è svenuto. Il volto appoggiato sul clacson e il naso fracassato.
Ste
è fuori per metà dal finestrino. Chiama l'amico, mentre delle
braccia putrefatte lo sfilano dall'auto.
I
divoratori lo buttano per terra, lo annusano ma non lo mordono, come
se sentissero l'odore degli organi guasti. Ste continua a chiamare
Lino, che non si sveglia. Ormai l'hanno tirato fuori. Appena
affondano i denti nella carne si sveglia, bestemmia e li allontana a
spintoni. Raccoglie due pietre.
L'assolo
di chitarra tagliente e grintoso.
I
divoratori aumentano come formiche attirate da una mollica di pane.
Lino
picchia con tutte le sue forze e i fragili crani dei divoratori che
si avvicinano esplodono come palloncini riempiti di letame.
La
chitarra si ferma. Voce e batteria cavalcano insieme. Bill Riefin ha
picchiato quelle bacchette sul rullante per tutto il pezzo e continua
come se volesse smontarlo a legnate.
Un
imbianchino senza un braccio e con un occhio penzolante fuori
dall'orbita, sorprende Lino alle spalle e gli affonda i denti nel
collo. Lino urla, se lo scrolla di dosso, gli disintegra la faccia a
sassate.
A
terra, un bambino con le gambe che sembrano appena state frullate,
gli azzanna un polpaccio. Lui si piega e cade su un ginocchio.
«Scappa
Lino. Non mi mordono, sentono che sono malato. Torna dopo a
riprendermi» urla Ste.
Lino
annuisce e si alza a fatica, spinge e si fa strada coi sassi.
I
Ministry pompano senza tregua, fino alla fine.
La
voce di Al Jorgensen finisce solitaria, accompagnata da un rumore
perpetuo di masticazione.
Jesus
built my car
It's a love affair
It's a love affair
Mainly
jesus and my hotrod.
Lo
stereo muore con la batteria della macchina. Ste aspetta con la
schiena appoggiata a un tronco d'albero.
Una
sagoma si avvicina. Ste sorride.
«Hey,
era ora, dovresti metterti un po' a dieta, stai diventando lento.»
Lino
barcolla, dalla bocca sbava liquame pecioso e gli occhi che sembrano
bagnati nel latte.
Ste
piange, scrolla la testa.
Lino
arriva, si piega, lo annusa e continua per la sua strada, in cerca di
carne buona.
mercoledì 15 gennaio 2014
Lo scherzo della bacinella.
Un racconto che doveva avere una lunghezza massima di 666 parole. Cestinato meritatamente, perché l'ho scritto in fretta per non sforare la data di consegna, e quando faccio così, di solito, prendo bastonate sulle gengive. Riuscirò mai a scrivere un racconto in tempi brevi con un'idea originale e senza dimenticarmi niente?
Edo
nota una donna al centro commerciale, davanti a una vetrina di Louis
Vuitton: le labbra carnose e gli occhi verde smeraldo, i capelli
biondi raccolti in uno chignon, la scollatura della camicetta con
quella linea morbida che divide i seni carnosi, gambe slanciate e
caviglie strette.
Se
quello che sente non è amore, allora non sa come chiamarlo.
Si
avvicina con una scusa e quando le stringe la mano sente il cuore
fermarsi per un istante e poi partire come un cavallo imbizzarrito.
Suda freddo, la mente vacilla e scappa via prima di perdere i sensi.
Nonostante
l'incidente, Edo non demorde. Scopre che si chiama Adriana Togliazzi,
dove abita e dove lavora. Una notte si sente pronto e decide di
dimostrale che lui non è quello che ha conosciuto al centro
commerciale, ma uno sicuro di sé, uno cazzuto.
Accovacciato
tra i cespugli, osserva la finestra al terzo piano.
La
notte nera e senza luna.
La
sagoma di Adriana fa capolino nella luce ambrata dietro le tende: la
forma dei seni, i fianchi stretti, lo chignon.
Edo
sbottona i pantaloni e si masturba. La punta della lingua scatta
fuori dalle labbra, vibratile come quella di un serpente. Sul più
bello, un'altra sagoma, più corpulenta, si avvicina e si unisce a
quella di Adriana, creandone una più grande, simile a una massa
tumorale. Lui scatta in piedi e piange, i pantaloni gli cadono e
l'uccello sembra una lumaca che rientra nel guscio.
Si
riveste e si ricompone con respiri profondi.
Dalle
tasche del giubbotto prende una mascherina antismog, un cacciavite e
una bomboletta di spray narcotico.
«Era
tutto per lei, per darle l'affetto che meritava. Doveva essere la
loro notte, e lei se la spassa con un altro.»
Aspetta
che si spengano le luci, esce dai cespugli, si avvicina alla grondaia
e si arrampica, una volta scavalcato il balconcino, spia attraverso
il vetro: buio pesto ma si intuisce la sagoma sdraiata del tizio
grasso: una collina nel bel mezzo della stanza. Infila il cacciavite
nell'infisso. Per sua fortuna è roba vecchia, di legno mezzo marcio.
La scardina senza problemi e senza fare troppo rumore. Infila la mano
con la bomboletta e spruzza lo spray in camera da letto. Aspetta un
paio di minuti, indossa la mascherina ed entra.
Quando
accende la luce sgrana gli occhi e quasi scoppia a ridere.
«Cos'è,
mi prendete per il culo?»
Non
l'ha tradito con un uomo, ma con una donna. Entrambe sdraiate sul
letto, narcotizzate. Nel buio, la silhouette di Adriana era stata
coperta dalla collina.
«Una
grassona piena di cellulite, con le braccia flaccide e le gambe
grandi come prosciutti? Adesso vi sistemo io.»
Va
in cucina e prende un coltello. Torna, si mette a cavalcioni sulla
donna obesa e lo alza sopra la testa brandendolo con due mani. Si
volta verso Adriana.
«Visto
che siamo in vena di scherzi, ti faccio quello della bacinella.
Dicono che se ti mettono una mano in una bacinella d'acqua mentre
dormi, ti svegli che te la sei fatta addosso» e affonda la lama nel
petto della donna grassa, il sangue inzuppa la vestaglia, le
lenzuola, e la sua compagna. Continua fino a quando il torace non è
sventrato a dovere, poi prende la mano di Adriana, la infila nella
cavità di carne lacerata e l'appoggia sul cuore ancora caldo.
Prima
di uscire dalla finestra si gusta la scena per l'ultima volta e la
sua bocca si contorce in un ghigno.
«Come
vorrei esserci al tuo risveglio» e si dilegua nella notte.
sabato 21 dicembre 2013
Frattaglie di Natale.
Mini racconti di Natale che ho scritto per un concorso: cestinati. Buone feste a tutti!
Uno sporco lavoro.
Uno sporco lavoro.
Babbo Natale caricò
il sacco sulla slitta di legno marcito.
Si mise al posto di
guida e impugnò le redini.
Rudolph si voltò in
attesa del segnale: le corna spezzate, al posto del naso color
ciliegia il bianco dell'osso.
Allo schiocco della
lingua si sollevò e con un' andatura irregolare sorvolò la città
rasa al suolo.
Non era rimasto più
nessuno.
Tranne quegli esseri
che barcollavano e battevano i denti. E che si erano nutriti
dell'umanità.
Santa sbuffò e
atterrò su un tetto diroccato. Scaricò il sacco, lo mise in spalla
e saltò giù.
Si trascinavano in
giro per casa, si lamentavano e grattavano le pareti.
Uno
si avvicinò con la voglia di assaggiarlo, ma lo allontanò con un
calcio sul petto.
«Buoni,
ragazzi. Non avete bisogno neanche di scrivermi la letterina.»
Tirò
fuori una gamba umana e la buttò a terra. La disossarono come
piranha.
«Oh-Oh-Oh.
Buon... bah, chi se ne frega» disse con la voce fiacca.
Tornò
alla slitta e continuò il suo giro.
Pallettoni di Natale
Sdraiato sul letto a fissare mia
moglie.
Ha guadagnato un groviglio di rughe, da
quando mi ha conosciuto.
La depressione che mi divora il
cervello e lo sostituisce con immagini di morte.
Mi alzo. I piedi nudi sul pavimento
freddo. Fuori dalla finestra un manto bianco ricopre tutto.
Prendo il fucile dall'armadio, torno
indietro, lo carico e le appoggio la canna sulla testa: i pallettoni
la aprono come un pomodoro maturo.
Passo davanti all'albero di Natale e
vado nella stanza dei bambini.
Quando esco hanno le facce cancellate e
i pigiamini imbrattati di sangue.
Scendo le scale e mi siedo davanti al
camino. Appoggio il calcio del fucile a terra e mi ficco la canna
ancora calda in bocca.
Un rumore dal comignolo: qualcosa che
striscia lungo il condotto. Spuntano un paio di stivali neri e un
vestito rosso. Esce fuori con tanto di sacco e barba bianca.
«Oh-Oh-Oh! Buon Natale!» urla.
Con un colpo gli apro il ventre e si
accascia con le budella in mano.
«Buon
Natale un cazzo, figlio di puttana.»
Gigante vs Salatini
Il
gigante appoggiò la gabbietta sul tavolo, aprì e ne uscirono
centinaia di esseri umani.
Si
trovarono davanti a un albero di Natale che per loro era alto quanto
un grattacielo.
«Oggi
è la vigilia di Natale, e voglio essere buono. Chi scalerà l'albero
e toccherà il puntale, sarà salvo. Siete pronti?» disse.
Un
brusio.
«Lo
prendo come un sì. Via!»
Come
una colonia di formiche si accalcarono uno sopra l'altro nel
tentativo di raggiungere la base del tronco e arrampicarsi.
Lui
raccoglieva i cadaveri che precipitavano e li sgranocchiava come
salatini.
Uno,
però, fece finta di essere morto. Colse l'attimo e salì sulla mano,
sul braccio e arrivò all'orecchio. Dopo ore raggiunse il cuore, dove
lo aspettavano altri fuggitivi.
Sfilò
un coltellaccio dalla cinta dei pantaloni e cominciò a tagliare con
loro.
Il
gigante morì qualche giorno dopo per l'emorragia e i ribelli
uscirono vittoriosi dai suoi orifizi.
L'ultima
cosa che videro fu la moglie, che li adombrava con la suola della
scarpa.
Pallettoni di Natale
Sdraiato sul letto a fissare mia
moglie.
Ha guadagnato un groviglio di rughe, da
quando mi ha conosciuto.
La depressione che mi divora il
cervello e lo sostituisce con immagini di morte.
Mi alzo. I piedi nudi sul pavimento
freddo. Fuori dalla finestra un manto bianco ricopre tutto.
Prendo il fucile dall'armadio, torno
indietro, lo carico e le appoggio la canna sulla testa: i pallettoni
la aprono come un pomodoro maturo.
Passo davanti all'albero di Natale e
vado nella stanza dei bambini.
Quando esco hanno le facce cancellate e
i pigiamini imbrattati di sangue.
Scendo le scale e mi siedo davanti al
camino. Appoggio il calcio del fucile a terra e mi ficco la canna
ancora calda in bocca.
Un rumore dal comignolo: qualcosa che
striscia lungo il condotto. Spuntano un paio di stivali neri e un
vestito rosso. Esce fuori con tanto di sacco e barba bianca.
«Oh-Oh-Oh! Buon Natale!» urla.
Con un colpo gli apro il ventre e si
accascia con le budella in mano.
«Buon
Natale un cazzo, figlio di puttana.»
Il vecchio per il nuovo
Stewart, fucile a
tracolla e ascia in mano, camminava su un sentiero innevato con suo
figlio Jimmy Bob.
La luna piena e un
paio di torce come uniche fonti di luce.
«Papà,
manca molto al bosco?»
«Tranquillo,
Jimmy, ci siamo quasi.»
«Chissà
mamma come sarà contenta quando torneremo con l'abete nuovo.»
«Già.
Tua madre e io odiamo quello vecchio e vogliamo passare una vigilia
di Natale senza quello schifo intorno.»
Arrivarono
ai margini del bosco.
«Ti
ho già spiegato che siamo in un area protetta, quindi, silenzio e
orecchie tese.»
Jimmy
annuì.
Si
inoltrarono fino a raggiungerne il cuore.
I
rami scricchiolavano sotto il peso della neve.
Gli
occhi degli animali notturni che sembravano galleggiare nelle
tenebre.
Si
fermarono davanti a un albero alto un paio di metri.
Stewart
passò l'accetta al figlio.
«Coraggio,
ragazzo, comincia.»
Jimmy
si voltò e iniziò il lavoro.
Lui,
intanto, caricò il fucile. Fece attenzione a farlo in sincrono col
colpo d'ascia sul tronco.
Glielo
puntò alla nuca.
E
attese il successivo.
lunedì 2 dicembre 2013
Il palloncino azzurro
Trovate questo racconto nell'e-book "Mostri" che potete scaricare gratuitamente su scheletri.com :)
Il concorso è "300 parole per un incubo".
http://www.scheletri.com/ebook/ebook.htm
Il concorso è "300 parole per un incubo".
http://www.scheletri.com/ebook/ebook.htm
lunedì 11 novembre 2013
Gommose alla frutta
Nando era impegnato a mantenere un'andatura normale, ma proprio non
ci riusciva: barcollava e inciampava, cadeva e si rialzava a fatica.
Mise la mano a conchiglia davanti alla bocca e ci alitò dentro.
Arricciò il naso e la testa scattò indietro.
“L'etilometro mi prenderebbe a schiaffi” disse.
Arrivò davanti a un portone e premette il pulsante del citofono.
“Sì? Chi è?” rispose una voce femminile assonnata.
“Betty, sei tu? Sono qui per la roba.”
“Ma vai a casa, che è tardi. Io lavoro, la mattina!”
“Ho solo sbagliato a citofonare, signora.”
“E chi se ne frega. Sono stufa marcia del via vai degli amici di
quella signorina tatuata. Vi manderei tutti in galera!”
E attaccò.
“Hai bisogno di qualcuno che ti fotta, bella mia: troppo stress”
Avvicinò la faccia alla pulsantiera e col dito seguì i cognomi
sulle targhette.
“Come diavolo faceva di cognome?”
Si grattò la barba incolta e premette di nuovo.
“Chi è?” rispose un'altra voce femminile, ma questa era più
vivace.
“Betty?”
“Nando! Vieni su, ti apro il portone.”
Entrò e salì in ascensore. Una volta arrivato al terzo piano bussò
alla porta e Betty aprì: era in jeans attillati e canottiera, si
intravedevano i tatuaggi che aveva su tutto il busto, dal collo in
giù, come se sotto avesse un'altra maglietta sporca d'inchiostro.
Sigaretta in bocca, rossetto rosso ciliegia e occhiali a montatura
grande alla Woody Allen. Nando sorrise.
“Betty la peste” disse.
“In persona, bello mio. Dai, entra, che parliamo un po'.”
L'appartamento era un monolocale grande quanto uno sgabuzzino, la
moquette verde consumata, un paio di vecchi mobili scrostati, un comò
e il cucinino in un angolo, con il lavello pieno di pentole e piatti
sporchi e gli avanzi di cibo che galleggiavano in una brodaglia
schiumosa e paglierina. Un'unica finestra, aperta sulla strada, da
dove entrava la voce del traffico di Milano del venerdì sera.
In mezzo alla casa un tavolinetto davanti al divano, un posacenere di
metallo colmo di mozziconi di sigarette e canne, e tutto il
necessario per tirarle su: filtri, cartine, blocco di fumo da un
etto, taglierino e accendino.
“Vieni qui, abbracciami” disse Betty.
Nando l'abbracciò e le diede un bacio per guancia.
“Simpatica, la tua vicina. Cosa fa di mestiere, si nutre di carne
umana?”
“Chi, la signora Peraglia? No, è solo una stronza che odia la
nostra generazione. Pensa che una volta stava sul marciapiede qui
davanti in attesa di attraversare e hanno investito un ragazzo
davanti ai suoi occhi.”
“E lei che ha fatto?”
Be', lei non ha mosso un dito. Quello era svenuto e con le gambe
spezzate, ma lei si è girata dall'altra parte e ha sputato per
terra. Ho visto tutto dalla finestra.”
“E che cazzo.”
“La stessa cosa che ho detto io. Comunque, lasciamo stare quella
strega e parliamo di cose serie. Ho qualcosa che ti spremerà il
cervello e ti farà uscire il succo dalle orecchie, ti
chiedo solo di ascoltarmi per un minuto, poi se non ti piace quello
che ho da proporti, ci ammazziamo di canne sul divano e buona notte
ai suonatori.”
Betty aprì il cassetto del comò, tirò fuori un pacchetto di
caramelle e glielo mise in mano.
“Ti presento, la Vulcano.”
Nando si grattò la barba. Tirò fuori una caramella dal pacchetto e
la sollevò all'altezza degli occhi.
“Questa è una gommosa alla
frutta. Vuoi sballarmi con gli zuccheri?”
“Non farti fregare dall'aspetto.
Quelle sono delle bacche particolari che hanno scoperto in Polinesia.
Provocano allucinazioni e, come vedi, si possono portare in tasca: a
prova di sbirro.”
“Sembrano proprio caramelle. Solo
tu potevi trovare una roba del genere.”
“Se mi chiamano la peste ci sarà
un motivo.”
“E
le hai provate?”
“No,
ma il tizio che me le ha vendute è uno fidato. Le ho pagate cento
euro l'una. Quindi, se vuoi provare...”
“Cosa?
Cento euro? Ma te sei fuori. Magari ti hanno fregata e ti hanno
rifilato delle caramelle per davvero.”
Betty si sistemò
gli occhiali sul naso con l'indice e sbuffò.
“E
va bene, facciamo così: se non sarai soddisfatto ti renderò il
centone.”
“Se
la metti in questi termini, ci sto.”
Nando le diede le
cento euro, Betty prese il pacchetto e tirò fuori due vulcano.
“Be',
alla salute” disse Betty.
“Slàinte.”
Le misero in bocca e
masticarono.
“Ha
un gusto aspro” disse Nando.
“Già,
speriamo bene.”
“Quanto
dovrebbe metterci a fare effetto?”
“Ah,
non ne ho idea.”
“Aspetta
un momento, cos'hai sul braccio?”
“Dove?
Non vedo niente.”
“Ma
sì, una fiamma, sul tuo avambraccio.”
Betty scattò in
piedi.
“Porca
puttana, hai ragione! Sto andando a fuoco!”
Guardò Nando.
“E
anche tu!”
Nando alzò le
braccia e prese a correre intorno al divano. Lei lo seguì a ruota.
“Aiuto,
aiuto! Andiamo a fuoco!” urlavano. Si buttarono per terra e si
misero a rotolare. Nando si rialzò, si tolse la giacca, gliela buttò
addosso e le diede delle pacche.
“Non
funziona, non funziona, moriremo bruciati!” urlò.
Poi si alzò e si
voltò verso il lavello.
“Ho
un'idea. Prendiamo le pentole e versiamoci l'acqua addosso” disse.
Presero una pentola
a testa e si versarono in testa l'acqua sporca.
Fradici e con gli
avanzi di cibo tra i capelli, si guardarono in giro con le pupille
grandi come piattini da caffè.
“Lo
sapevo, non dovevo farlo. La
tua roba è troppo forte!”
“Te
l'avevo detto che provocano allucinazioni. Non pensavo fossero così
realistiche. Cazzo, sento ancora il calore delle fiamme.”
Nando sembrava non
aver ascoltato una parola. Se ne stava immobile e con la bocca
aperta.
“Ma,
mi ascolti?” chiese Betty.
“Guardati
intorno, peste.”
Betty alzò lo
sguardo. Perse l'equilibrio e cadde con le chiappe sul pavimento.
“Siamo
in un bosco” disse.
Passò la mano sulla
moquette.
“Non
ci credo, non può essere, sto toccando dell'erba. Dove cazzo è
finito il mio appartamento?”
Qualcuno bussò alla
porta.
I due si fissarono
con gli occhi sgranati.
“Hai
sentito?” disse Nando.
“Sì,
cos'era?”
“La
volete finire con questo chiasso? Sono le due del mattino!”
Si sentì.
“Dei
versi animaleschi, tipo quelli del Sasquatch” disse Betty.
“Vuoi
dire un Bigfoot? E come diavolo fai a saperlo?”
“Ho
visto dei documentari e il verso che facevano sentire era simile.”
La porta si aprì e
la signora Peraglia entrò: bigodini in testa, maschera per il viso e
una vestaglia che sembrava un tendone da circo.
“Bene,
anche la porta aperta, facciamo entrare cani e porci. Allora, la
volete finire con tutto sto casino o devo chiamare i carabinieri?”
Nando e Betty
urlarono.
“Un
mostro con la testa piena d'occhi!” gridò lui.
“Sarai
bello tu” disse la signora.
“Ci
divorerà, saltiamo dietro quel cespuglio, presto” disse lei.
Saltarono dietro il
divano e si accovacciarono.
“Scommetto
che siete strafatti. Che schifo. Forza, venite fuori da lì.”
Nando si girò verso
la finestra.
“Guarda,
una grotta. Se riusciamo a entrarci potremmo nasconderci.”
“Ottima
idea, vado io per prima.”
“Comunque
non era un Bigfoot. Non esistono”
“Non
mi sembra il momento giusto per parlarne.”
“Ok,
vai e buona fortuna.”
Betty prese la
rincorsa e saltò giù dalla finestra. Si schiantò sul tettuccio di
una Ford e scattò l'allarme.
La signora spalancò
la bocca.
“Ma...”
Nando la fissò con
disprezzo.
“Non
ci avrai mai, mostro.”
Corse e saltò giù.
Finì sopra Betty e l'allarme della macchina si spense.
La signora si
affacciò e vide i due cadaveri uno sull'altro e la folla che si
radunava intorno.
“Stupidi
decerebrati, non meritate una lacrima” disse la signora.
Tornò dentro e
prima di andare notò sul tavolino il pacchetto di caramelle.
“Gommose
alla frutta. Le adoro. Tanto a loro non servono più.”
Ne mise una in bocca
e la masticò.
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