lunedì 14 aprile 2014

Qualcosa di buono.

Il mio racconto "Sotto terra" nella raccolta horror "Oltre la paura" EF Edizioni.
Grazie a Enrico Teodorani e Francesca Paolucci :)


martedì 25 marzo 2014

Risveglio

Ho partecipato con questo racconto al premio  scheletri. Settimo posto su venti. Vincevano i primi tre.


Tamburi e voci si fanno spazio nelle orecchie di Jamhil, fino a invadergli la mente.
Apre gli occhi, si ritrova immerso nelle tenebre, sdraiato in uno spazio ristretto, con le mani incrociate sul petto. Nelle narici, odore di legno bagnato e terra umida.
Prova ad aprire la bocca, ma non ci riesce. Sposta le mani e con le dita tasta lo spago che gli serra le labbra increspate.
Muove la lingua, sente la consistenza e il sapore dei semi di sesamo.
Una voce greve spicca sulle altre, lo chiama.
Jamhil gratta con le unghie la superficie legnosa.
«Spirito vitale che ti muovi nell'aria, entra in questo corpo, riempilo del tuo alito, restituiscigli la forza, risveglialo al potere del dio eterno, fallo camminare in questo luogo! Perché io sono lo strumento del potere di Thayth, il santo dio. Jamhil, vieni a me.»
Jamhil non vuole rispondere, perché sa che sarebbe la fine del suo viaggio verso l'aldilà, e l'inizio del suo percorso da non morto. Per questo Edwidge, una volta deceduto, gli mise dei semi di sesamo in bocca e gli cucì le labbra. Per resistere al richiamo del Bokor.
Non riesce a controllare i muscoli del viso, si contraggono con riflessi involontari e la carne delle labbra si dilania mentre si aprono.
«Diventerai il mio schiavo, Jamhil?»
Jamhil sputa le semenze e strappa le cuciture in un urlo ormai disumano.
Le pale affondano nel terreno, il cigolio dei chiodi, il legno che scricchiola mentre li rimuovono dal coperchio.
I tamburi e i canti rituali si fermano. Il silenzio immerge il cimitero in uno stato di quiete.
Jamhil guarda la luna piena color sangue e le lacrime gli rigano il volto scavato. Lo prendono per le braccia, lo mettono in piedi e lo portano davanti a De Souza: teschio bianco dipinto sulla faccia d'ebano, collana d'ossa di pollo e un bastone con piume di gallo nero. Sorride con i denti perlati.
«Pensavo di non farcela. Per essere uno schiavo denutrito sei resistente. Ma ora è tempo che paghi per le tue malefatte. Sapevi fin dall'inizio cosa sarebbe successo se avessi continuato, e sai come trattiamo queste cose ad Haiti. Ora voltati e guarda.»
Jamhil sposta lo sguardo. Edwidge è legata a un palo, nuda. Il sangue le sgorga dalla bocca, cola sul mento, giù per il collo e si dirama in piccoli rivoli sui seni.
«Le ho dovuto tagliare la lingua. Ha imparato da me il rito per difenderti, ma se non citi la formula, semi e spago non funzionano a dovere.»
Jamhil scuote la testa. De Souza si avvicina, apre la mano all'altezza della bocca, sul palmo una polvere gialla. Gliela soffia in faccia e i bulbi oculari si fanno lattiginosi.
«E adesso nutriti del tuo amore.»
La donna, in lacrime, urla e sputa sangue verso il marito, mentre Jamhil si avvicina barcollante.
Una volta di fronte all'amante, appoggia le labbra sul collo.
«Ti amo» è l’ultima cosa che riesce a dire prima di perdere lucidità.
De Souza ride, fa un gesto con la mano, tamburi e canti rituali tornano a riempire l'aria.
Quello che all'inizio sembra un bacio diventa un morso, un pasto, un amore finito.

lunedì 24 febbraio 2014

Il cannibale

Il cesso del pub è una fogna di piscio, feci e schizzi di vomito. Le persone comuni non resisterebbero più di cinque minuti senza avere conati. A me invece piace. È come se le mie narici fossero invase dall'odore dolce di un frutteto. Passo l'indice sul bordo e assaggio: saporito come crema di noci. È come una droga, non posso farne a meno.
Attraverso il pub e torno in strada, abbottono il cappotto e indosso i guanti. Salgo sul furgone, metto in moto e guido per le strade della città. Oggi ho voglia di femmina.
Qualche prostituta ha sfidato il gelo in cerca di clienti. Ne trovo una bionda, con culo e tette che vincono la gravità. Niente di artificiale. Rovinare la carne con quelle protesi o con le iniezioni di botulino è una bestemmia.
Metto la freccia e accosto. Abbasso il finestrino e la invito a salire. Ha un vestitino azzurro che sembra un fazzoletto. Il corpo sodo, gambe lunghe e affusolate. Appetitose.
Mi infilo in una stradina secondaria e mi fermo in una radura. I fari illuminano salviette e preservativi usati. Spengo il motore, mi volto verso di lei.
«Sei pronta per cominciare?» dico. Lei annuisce e sorride.
«Togliti il vestito.»
Esegue. Mette in mostra la pelle color latte e i capezzoli rosei. Schiumo dalla bocca come se ci fosse del detersivo. Non riesco mai a controllare la salivazione, davanti al cibo.
Spalanco la bocca. I denti cadono e dalle gengive carnose crescono le fauci taglienti come lame di ceramica. Le palpebre si ritirano fino a scomparire, i bulbi oculari escono dalle orbite attaccati a dei piccoli tentacoli e scrutano, venati di violaceo, quello spuntino notturno. Urla e prova ad aprire la portiera.
«Bloccata, signorina, mi spiace.»
Le immobilizzo la testa con le ventose cartilaginee che mi sono spuntate al posto delle mani e affondo le zanne nel cranio, le apro la calotta come una latta di fagioli e mi cibo del cervello: è come formaggio spalmabile, ma più saporito. Ancora caldo.
Mi crescono le tette, gli occhi ritornano nelle cavità oculari e si tingono di azzurro, le gambe nerborute e pelose lasciano il posto a un bel paio di cosce. Un' altra proprietà speciale della carne umana: mi fa mutare in ciò che mangio.
Getto il cadavere nella sterpaglia, metto in moto e torno a casa dentro un cappotto da uomo più grande di due taglie. Faccio una doccia e prendo un vestito dall'armadio. Ne ho di tutti i tipi e di tutte le taglie. Ne trovo uno nero, attillato, con la scollatura sulla schiena. Ormai sono anni che vivo qui e ho collezionato una sacco di roba, grazie alle mie prede, e so che ai maschi piace vedere queste cose. E a me piacciono loro. In realtà, da quando sono atterrato su questo pianeta, non ho trovato un tipo di umano che non mi piaccia.
Deliziosi.

Amici per la carne

Ciao a tutti. Ho formato una piccola confraternita su facebook. Appassionati di horror e scrittura. Mi consigliano e mi randellano come farebbe un forum letterario di tutto rispetto.
Questo racconto è stato bocciato. Questo non significa per forza che sia brutto. Solo ho proposto anche qualcosa di meglio. Saluti.

Lino armeggia con i fili d'accensione dell'auto. Deve tenere la testa piegata in avanti, altrimenti dovrebbe farlo con una guancia appoggiata al tettuccio. Le dita callose tremano, il sudore cola dalla sua fronte spaziosa e penetra negli occhi. Li asciuga con la manica della felpa, strizza le palpebre e si rimette al lavoro.
Ste è seduto di fianco, con i polmoni affamati d'aria, muove gli occhi in tutte le direzioni come se fosse affetto da nistagmo. Il volto smagrito, un pizzetto simile a una barbetta caprina, i capelli cadono sulle spalle unti e sporchi come alghe chiazzate di petrolio.
«Lino, devi darti una mossa. Questa mattina non ho proprio voglia di fare da colazione.»
«Ce la sto mettendo tutta, cazzo.»
«Ma non eri un elettricista, prima della pandemia?»
«Lo sono ancora, e sarei capace di farti l'impianto elettrico di un palazzo a occhi chiusi e con un dito in culo, ma queste cose non le ho mai fatte, e finiscila di rompere i coglioni, che sono già in difficoltà. Piuttosto, guarda nel cruscotto e vedi se trovi qualcosa di utile.»
Ste allunga la mano stanca e apre lo sportellino, rovista e trova un cd. Sulla copertina un motore rosso fuoco.
«Oh- oh. I Ministry. Questi sì che spaccano» dice con un filo di voce.
«Che album è?»
«Psalm 69.»
«Roba forte. Giuro che se riesco a far partire la macchina te lo faccio infilare.»
Ste alza gli angoli della bocca.
«Preferirei farlo in una vagina, ma mi accontento anche del lettore cd.» Continua a cercare e trova un coltellino. Sbuffa.
«Guarda.»
Lino distoglie lo sguardo dai fili.
«Con quello si puliscono i denti dopo averti divorato.»
«Meglio di niente.»
«Quello è niente, Ste. Comunque dammelo, così posso lavorare meglio.»
Ste glielo passa e Lino torna al lavoro. Toglie la gomma che riveste i fili di rame e li intreccia. Il motore si accende.
«Sì! Lo sapevo che ce l'avrei fatta.»
«Hai visto che ti serviva?»
Delle sagome barcollanti escono dai vicoli, dalle case, dai negozi. Sembrano materializzarsi dal nulla. Una signora anziana, con un morso sulla guancia grande quanto un pompelmo, spunta da dietro un cespuglio e si avvicina trascinandosi con gli avambracci. Non ha la parte inferiore del corpo e lascia una scia rosso scuro. Un pezzo di budella spunta fuori dal tronco come una lunga coda sanguinolenta.
«E questi da dove cazzo sono usciti?» dice Ste.
«Hanno sentito il motore. Per questo preferisco farmela sempre a piedi, ma se vogliamo raggiungere le montagne ci serve un'auto. Dobbiamo filarcela, tra poco saranno molti di più.»
L'anziana si attacca alla maniglia della portiera, batte i denti, ringhia e si tira su. Sbocca del liquame nero sul vetro, davanti allo sguardo atterrito di Ste.
«Parti, cazzo» dice.
Lino schiaccia il pedale dell'acceleratore, gli pneumatici lasciano i segni sull'asfalto. L'auto si allontana da una nuvola di fumo che puzza di gomma bruciata e si porta dietro la signora. Rimane attaccata per un bel pezzo, finché non molla la presa e rotola come un sacco di spazzatura caduto da un camion della nettezza urbana.
«Bene, ora puoi mettere il cd. Cerca “Jesus built my hotrod”. Quel pezzo è una bomba.»
«Hai detto che i divoratori sono attratti dal rumore.»
«Anche dall'odore del sangue caldo, se è per questo. Sono peggio di squali a digiuno da due mesi. Ormai ci hanno sentiti. Un po' di musica non peggiorerà la situazione, e comunque devo andare a tavoletta per uscire da qui. Una volta fuori dalla città abbandoniamo questo rottame e ce la facciamo a piedi.»
«Lino.»
«Ci costruiamo un rifugio. Coltiviamo un orto, e invecchiamo beati.»
«Non fare così.»
«Così, come?»
«Lo sai. Sono due giorni che mi porti in giro in spalla. Domani potrei non aprire gli occhi e vedere la tua faccia di merda, e soprattutto sentire l'odore delle tue ascelle. Cazzo, puzzano più di quei mostri incancreniti.»
Lino non risponde. Tiene lo sguardo fisso sulla strada. Le lacrime sgorgano come rivoli d'acqua.
«Ho paura di rimanere solo.»
«Sei grande e forte quanto un bulldozer. Non dovresti avere paura di niente e nessuno.»
«Il problema è il cervello, non il fisico. Ho paura di dare di matto e finire a mangiare la mia merda e a ridere come uno povero demente.»
«La scena della merda non vorrei perdermela.»
Lino lo taglia con lo sguardo.
«Tranquillo, tanto non ci arrivo, te l'ho detto. A parte gli scherzi. Devi tirare avanti. Qualche bella figa come me c'è ancora, in giro. Io devo solo tenerti compagnia per un altro po'.»
Infila il cd e seleziona il pezzo.
«Sai qual è la cosa più stronza che Dio possa fare? Farti ammalare di tumore durante un'epidemia zombi.»
L'introduzione di Al Jorgensen. La voce greve e profonda.
Soon i discovered that this rock thing was true
Jerry lee lewis was the devil
Jesus was an architect previous to his career as a prophet
Le chitarre distorte e la batteria sincopata partono come un treno. Jorgensen vomita parole come preso da un raptus incontrollabile.
Lino sorride e annuisce.
Sterza e controsterza. Schiva auto incidentate, abbandonate, alcune hanno ancora i proprietari all'interno, invasi dalle mosche e dai vermi. Passa su carcasse spolpate, investe i divoratori che attraversano. Uno è così decomposto da esplodere sul parabrezza, imbrattandolo di frattaglie.
Attiva i tergicristalli, che non fanno che peggiorare la cosa.
«Non vedo un cazzo» urla.
La macchina prende una buca, esce di strada e si schianta contro un albero.
Le casse continuano a sputare musica.
Lino è svenuto. Il volto appoggiato sul clacson e il naso fracassato.
Ste è fuori per metà dal finestrino. Chiama l'amico, mentre delle braccia putrefatte lo sfilano dall'auto.
I divoratori lo buttano per terra, lo annusano ma non lo mordono, come se sentissero l'odore degli organi guasti. Ste continua a chiamare Lino, che non si sveglia. Ormai l'hanno tirato fuori. Appena affondano i denti nella carne si sveglia, bestemmia e li allontana a spintoni. Raccoglie due pietre.
L'assolo di chitarra tagliente e grintoso.
I divoratori aumentano come formiche attirate da una mollica di pane.
Lino picchia con tutte le sue forze e i fragili crani dei divoratori che si avvicinano esplodono come palloncini riempiti di letame.
La chitarra si ferma. Voce e batteria cavalcano insieme. Bill Riefin ha picchiato quelle bacchette sul rullante per tutto il pezzo e continua come se volesse smontarlo a legnate.
Un imbianchino senza un braccio e con un occhio penzolante fuori dall'orbita, sorprende Lino alle spalle e gli affonda i denti nel collo. Lino urla, se lo scrolla di dosso, gli disintegra la faccia a sassate.
A terra, un bambino con le gambe che sembrano appena state frullate, gli azzanna un polpaccio. Lui si piega e cade su un ginocchio.
«Scappa Lino. Non mi mordono, sentono che sono malato. Torna dopo a riprendermi» urla Ste.
Lino annuisce e si alza a fatica, spinge e si fa strada coi sassi.
I Ministry pompano senza tregua, fino alla fine.
La voce di Al Jorgensen finisce solitaria, accompagnata da un rumore perpetuo di masticazione.
Jesus built my car
It's a love affair
Mainly jesus and my hotrod.

Lo stereo muore con la batteria della macchina. Ste aspetta con la schiena appoggiata a un tronco d'albero.
Una sagoma si avvicina. Ste sorride.
«Hey, era ora, dovresti metterti un po' a dieta, stai diventando lento.»
Lino barcolla, dalla bocca sbava liquame pecioso e gli occhi che sembrano bagnati nel latte.
Ste piange, scrolla la testa.
Lino arriva, si piega, lo annusa e continua per la sua strada, in cerca di carne buona.

mercoledì 15 gennaio 2014

Lo scherzo della bacinella.

Un racconto che doveva avere una lunghezza massima di 666 parole. Cestinato meritatamente, perché l'ho scritto in fretta per non sforare la data di consegna, e quando faccio così, di solito, prendo bastonate sulle gengive. Riuscirò mai a scrivere un racconto in tempi brevi con un'idea originale e senza dimenticarmi niente?

Edo nota una donna al centro commerciale, davanti a una vetrina di Louis Vuitton: le labbra carnose e gli occhi verde smeraldo, i capelli biondi raccolti in uno chignon, la scollatura della camicetta con quella linea morbida che divide i seni carnosi, gambe slanciate e caviglie strette.
Se quello che sente non è amore, allora non sa come chiamarlo.
Si avvicina con una scusa e quando le stringe la mano sente il cuore fermarsi per un istante e poi partire come un cavallo imbizzarrito. Suda freddo, la mente vacilla e scappa via prima di perdere i sensi.
Nonostante l'incidente, Edo non demorde. Scopre che si chiama Adriana Togliazzi, dove abita e dove lavora. Una notte si sente pronto e decide di dimostrale che lui non è quello che ha conosciuto al centro commerciale, ma uno sicuro di sé, uno cazzuto.
Accovacciato tra i cespugli, osserva la finestra al terzo piano.
La notte nera e senza luna.
La sagoma di Adriana fa capolino nella luce ambrata dietro le tende: la forma dei seni, i fianchi stretti, lo chignon.
Edo sbottona i pantaloni e si masturba. La punta della lingua scatta fuori dalle labbra, vibratile come quella di un serpente. Sul più bello, un'altra sagoma, più corpulenta, si avvicina e si unisce a quella di Adriana, creandone una più grande, simile a una massa tumorale. Lui scatta in piedi e piange, i pantaloni gli cadono e l'uccello sembra una lumaca che rientra nel guscio.
Si riveste e si ricompone con respiri profondi.
Dalle tasche del giubbotto prende una mascherina antismog, un cacciavite e una bomboletta di spray narcotico.
«Era tutto per lei, per darle l'affetto che meritava. Doveva essere la loro notte, e lei se la spassa con un altro.»
Aspetta che si spengano le luci, esce dai cespugli, si avvicina alla grondaia e si arrampica, una volta scavalcato il balconcino, spia attraverso il vetro: buio pesto ma si intuisce la sagoma sdraiata del tizio grasso: una collina nel bel mezzo della stanza. Infila il cacciavite nell'infisso. Per sua fortuna è roba vecchia, di legno mezzo marcio. La scardina senza problemi e senza fare troppo rumore. Infila la mano con la bomboletta e spruzza lo spray in camera da letto. Aspetta un paio di minuti, indossa la mascherina ed entra.
Quando accende la luce sgrana gli occhi e quasi scoppia a ridere.
«Cos'è, mi prendete per il culo?»
Non l'ha tradito con un uomo, ma con una donna. Entrambe sdraiate sul letto, narcotizzate. Nel buio, la silhouette di Adriana era stata coperta dalla collina.
«Una grassona piena di cellulite, con le braccia flaccide e le gambe grandi come prosciutti? Adesso vi sistemo io.»
Va in cucina e prende un coltello. Torna, si mette a cavalcioni sulla donna obesa e lo alza sopra la testa brandendolo con due mani. Si volta verso Adriana.
«Visto che siamo in vena di scherzi, ti faccio quello della bacinella. Dicono che se ti mettono una mano in una bacinella d'acqua mentre dormi, ti svegli che te la sei fatta addosso» e affonda la lama nel petto della donna grassa, il sangue inzuppa la vestaglia, le lenzuola, e la sua compagna. Continua fino a quando il torace non è sventrato a dovere, poi prende la mano di Adriana, la infila nella cavità di carne lacerata e l'appoggia sul cuore ancora caldo.
Prima di uscire dalla finestra si gusta la scena per l'ultima volta e la sua bocca si contorce in un ghigno.
«Come vorrei esserci al tuo risveglio» e si dilegua nella notte.




sabato 21 dicembre 2013

Frattaglie di Natale.

Mini racconti di Natale che ho scritto per un concorso: cestinati. Buone feste a tutti!


Uno sporco lavoro.

Babbo Natale caricò il sacco sulla slitta di legno marcito.
Si mise al posto di guida e impugnò le redini.
Rudolph si voltò in attesa del segnale: le corna spezzate, al posto del naso color ciliegia il bianco dell'osso.
Allo schiocco della lingua si sollevò e con un' andatura irregolare sorvolò la città rasa al suolo.
Non era rimasto più nessuno.
Tranne quegli esseri che barcollavano e battevano i denti. E che si erano nutriti dell'umanità.
Santa sbuffò e atterrò su un tetto diroccato. Scaricò il sacco, lo mise in spalla e saltò giù.
Si trascinavano in giro per casa, si lamentavano e grattavano le pareti.
Uno si avvicinò con la voglia di assaggiarlo, ma lo allontanò con un calcio sul petto.
«Buoni, ragazzi. Non avete bisogno neanche di scrivermi la letterina.»
Tirò fuori una gamba umana e la buttò a terra. La disossarono come piranha.
«Oh-Oh-Oh. Buon... bah, chi se ne frega» disse con la voce fiacca.
Tornò alla slitta e continuò il suo giro.


Pallettoni di Natale

Sdraiato sul letto a fissare mia moglie.
Ha guadagnato un groviglio di rughe, da quando mi ha conosciuto.
La depressione che mi divora il cervello e lo sostituisce con immagini di morte.
Mi alzo. I piedi nudi sul pavimento freddo. Fuori dalla finestra un manto bianco ricopre tutto.
Prendo il fucile dall'armadio, torno indietro, lo carico e le appoggio la canna sulla testa: i pallettoni la aprono come un pomodoro maturo.
Passo davanti all'albero di Natale e vado nella stanza dei bambini.
Quando esco hanno le facce cancellate e i pigiamini imbrattati di sangue.
Scendo le scale e mi siedo davanti al camino. Appoggio il calcio del fucile a terra e mi ficco la canna ancora calda in bocca.
Un rumore dal comignolo: qualcosa che striscia lungo il condotto. Spuntano un paio di stivali neri e un vestito rosso. Esce fuori con tanto di sacco e barba bianca.
«Oh-Oh-Oh! Buon Natale!» urla.
Con un colpo gli apro il ventre e si accascia con le budella in mano.
«Buon Natale un cazzo, figlio di puttana.»

Gigante vs Salatini

Il gigante appoggiò la gabbietta sul tavolo, aprì e ne uscirono centinaia di esseri umani.
Si trovarono davanti a un albero di Natale che per loro era alto quanto un grattacielo.
«Oggi è la vigilia di Natale, e voglio essere buono. Chi scalerà l'albero e toccherà il puntale, sarà salvo. Siete pronti?» disse.
Un brusio.
«Lo prendo come un sì. Via!»
Come una colonia di formiche si accalcarono uno sopra l'altro nel tentativo di raggiungere la base del tronco e arrampicarsi.
Lui raccoglieva i cadaveri che precipitavano e li sgranocchiava come salatini.
Uno, però, fece finta di essere morto. Colse l'attimo e salì sulla mano, sul braccio e arrivò all'orecchio. Dopo ore raggiunse il cuore, dove lo aspettavano altri fuggitivi.
Sfilò un coltellaccio dalla cinta dei pantaloni e cominciò a tagliare con loro.
Il gigante morì qualche giorno dopo per l'emorragia e i ribelli uscirono vittoriosi dai suoi orifizi.
L'ultima cosa che videro fu la moglie, che li adombrava con la suola della scarpa.

Pallettoni di Natale 

Sdraiato sul letto a fissare mia moglie.
Ha guadagnato un groviglio di rughe, da quando mi ha conosciuto.
La depressione che mi divora il cervello e lo sostituisce con immagini di morte.
Mi alzo. I piedi nudi sul pavimento freddo. Fuori dalla finestra un manto bianco ricopre tutto.
Prendo il fucile dall'armadio, torno indietro, lo carico e le appoggio la canna sulla testa: i pallettoni la aprono come un pomodoro maturo.
Passo davanti all'albero di Natale e vado nella stanza dei bambini.
Quando esco hanno le facce cancellate e i pigiamini imbrattati di sangue.
Scendo le scale e mi siedo davanti al camino. Appoggio il calcio del fucile a terra e mi ficco la canna ancora calda in bocca.
Un rumore dal comignolo: qualcosa che striscia lungo il condotto. Spuntano un paio di stivali neri e un vestito rosso. Esce fuori con tanto di sacco e barba bianca.
«Oh-Oh-Oh! Buon Natale!» urla.
Con un colpo gli apro il ventre e si accascia con le budella in mano.
«Buon Natale un cazzo, figlio di puttana.»

Il vecchio per il nuovo 

 
Stewart, fucile a tracolla e ascia in mano, camminava su un sentiero innevato con suo figlio Jimmy Bob.
La luna piena e un paio di torce come uniche fonti di luce.
«Papà, manca molto al bosco?»
«Tranquillo, Jimmy, ci siamo quasi.»
«Chissà mamma come sarà contenta quando torneremo con l'abete nuovo.»
«Già. Tua madre e io odiamo quello vecchio e vogliamo passare una vigilia di Natale senza quello schifo intorno.»
Arrivarono ai margini del bosco.
«Ti ho già spiegato che siamo in un area protetta, quindi, silenzio e orecchie tese.»
Jimmy annuì.
Si inoltrarono fino a raggiungerne il cuore.
I rami scricchiolavano sotto il peso della neve.
Gli occhi degli animali notturni che sembravano galleggiare nelle tenebre.
Si fermarono davanti a un albero alto un paio di metri.
Stewart passò l'accetta al figlio.
«Coraggio, ragazzo, comincia.»
Jimmy si voltò e iniziò il lavoro.
Lui, intanto, caricò il fucile. Fece attenzione a farlo in sincrono col colpo d'ascia sul tronco.
Glielo puntò alla nuca.
E attese il successivo.

 




lunedì 2 dicembre 2013

Il palloncino azzurro

Trovate questo racconto nell'e-book "Mostri" che potete scaricare gratuitamente su scheletri.com :)
Il concorso è "300 parole per un incubo".

http://www.scheletri.com/ebook/ebook.htm

lunedì 11 novembre 2013

Gommose alla frutta

Nando era impegnato a mantenere un'andatura normale, ma proprio non ci riusciva: barcollava e inciampava, cadeva e si rialzava a fatica. Mise la mano a conchiglia davanti alla bocca e ci alitò dentro. Arricciò il naso e la testa scattò indietro.
“L'etilometro mi prenderebbe a schiaffi” disse.
Arrivò davanti a un portone e premette il pulsante del citofono.
“Sì? Chi è?” rispose una voce femminile assonnata.
“Betty, sei tu? Sono qui per la roba.”
“Ma vai a casa, che è tardi. Io lavoro, la mattina!”
“Ho solo sbagliato a citofonare, signora.”
“E chi se ne frega. Sono stufa marcia del via vai degli amici di quella signorina tatuata. Vi manderei tutti in galera!”
E attaccò.
“Hai bisogno di qualcuno che ti fotta, bella mia: troppo stress”
Avvicinò la faccia alla pulsantiera e col dito seguì i cognomi sulle targhette.
“Come diavolo faceva di cognome?”
Si grattò la barba incolta e premette di nuovo.
“Chi è?” rispose un'altra voce femminile, ma questa era più vivace.
“Betty?”
“Nando! Vieni su, ti apro il portone.”
Entrò e salì in ascensore. Una volta arrivato al terzo piano bussò alla porta e Betty aprì: era in jeans attillati e canottiera, si intravedevano i tatuaggi che aveva su tutto il busto, dal collo in giù, come se sotto avesse un'altra maglietta sporca d'inchiostro. Sigaretta in bocca, rossetto rosso ciliegia e occhiali a montatura grande alla Woody Allen. Nando sorrise.
“Betty la peste” disse.
“In persona, bello mio. Dai, entra, che parliamo un po'.”
L'appartamento era un monolocale grande quanto uno sgabuzzino, la moquette verde consumata, un paio di vecchi mobili scrostati, un comò e il cucinino in un angolo, con il lavello pieno di pentole e piatti sporchi e gli avanzi di cibo che galleggiavano in una brodaglia schiumosa e paglierina. Un'unica finestra, aperta sulla strada, da dove entrava la voce del traffico di Milano del venerdì sera.
In mezzo alla casa un tavolinetto davanti al divano, un posacenere di metallo colmo di mozziconi di sigarette e canne, e tutto il necessario per tirarle su: filtri, cartine, blocco di fumo da un etto, taglierino e accendino.
“Vieni qui, abbracciami” disse Betty.
Nando l'abbracciò e le diede un bacio per guancia.
“Simpatica, la tua vicina. Cosa fa di mestiere, si nutre di carne umana?”
“Chi, la signora Peraglia? No, è solo una stronza che odia la nostra generazione. Pensa che una volta stava sul marciapiede qui davanti in attesa di attraversare e hanno investito un ragazzo davanti ai suoi occhi.”
“E lei che ha fatto?”
Be', lei non ha mosso un dito. Quello era svenuto e con le gambe spezzate, ma lei si è girata dall'altra parte e ha sputato per terra. Ho visto tutto dalla finestra.”
“E che cazzo.”
“La stessa cosa che ho detto io. Comunque, lasciamo stare quella strega e parliamo di cose serie. Ho qualcosa che ti spremerà il cervello e ti farà uscire il succo dalle orecchie, ti chiedo solo di ascoltarmi per un minuto, poi se non ti piace quello che ho da proporti, ci ammazziamo di canne sul divano e buona notte ai suonatori.”
Betty aprì il cassetto del comò, tirò fuori un pacchetto di caramelle e glielo mise in mano.
“Ti presento, la Vulcano.”
Nando si grattò la barba. Tirò fuori una caramella dal pacchetto e la sollevò all'altezza degli occhi.
“Questa è una gommosa alla frutta. Vuoi sballarmi con gli zuccheri?”
“Non farti fregare dall'aspetto. Quelle sono delle bacche particolari che hanno scoperto in Polinesia. Provocano allucinazioni e, come vedi, si possono portare in tasca: a prova di sbirro.”
“Sembrano proprio caramelle. Solo tu potevi trovare una roba del genere.”
“Se mi chiamano la peste ci sarà un motivo.”
“E le hai provate?”
“No, ma il tizio che me le ha vendute è uno fidato. Le ho pagate cento euro l'una. Quindi, se vuoi provare...”
“Cosa? Cento euro? Ma te sei fuori. Magari ti hanno fregata e ti hanno rifilato delle caramelle per davvero.”
Betty si sistemò gli occhiali sul naso con l'indice e sbuffò.
“E va bene, facciamo così: se non sarai soddisfatto ti renderò il centone.”
“Se la metti in questi termini, ci sto.”
Nando le diede le cento euro, Betty prese il pacchetto e tirò fuori due vulcano.
“Be', alla salute” disse Betty.
“Slàinte.”
Le misero in bocca e masticarono.
“Ha un gusto aspro” disse Nando.
“Già, speriamo bene.”
“Quanto dovrebbe metterci a fare effetto?”
“Ah, non ne ho idea.”
“Aspetta un momento, cos'hai sul braccio?”
“Dove? Non vedo niente.”
“Ma sì, una fiamma, sul tuo avambraccio.”
Betty scattò in piedi.
“Porca puttana, hai ragione! Sto andando a fuoco!”
Guardò Nando.
“E anche tu!”
Nando alzò le braccia e prese a correre intorno al divano. Lei lo seguì a ruota.
“Aiuto, aiuto! Andiamo a fuoco!” urlavano. Si buttarono per terra e si misero a rotolare. Nando si rialzò, si tolse la giacca, gliela buttò addosso e le diede delle pacche.
“Non funziona, non funziona, moriremo bruciati!” urlò.
Poi si alzò e si voltò verso il lavello.
“Ho un'idea. Prendiamo le pentole e versiamoci l'acqua addosso” disse.
Presero una pentola a testa e si versarono in testa l'acqua sporca.
Fradici e con gli avanzi di cibo tra i capelli, si guardarono in giro con le pupille grandi come piattini da caffè.
“Lo sapevo, non dovevo farlo. La tua roba è troppo forte!”
“Te l'avevo detto che provocano allucinazioni. Non pensavo fossero così realistiche. Cazzo, sento ancora il calore delle fiamme.”
Nando sembrava non aver ascoltato una parola. Se ne stava immobile e con la bocca aperta.
“Ma, mi ascolti?” chiese Betty.
“Guardati intorno, peste.”
Betty alzò lo sguardo. Perse l'equilibrio e cadde con le chiappe sul pavimento.
“Siamo in un bosco” disse.
Passò la mano sulla moquette.
“Non ci credo, non può essere, sto toccando dell'erba. Dove cazzo è finito il mio appartamento?”
Qualcuno bussò alla porta.
I due si fissarono con gli occhi sgranati.
“Hai sentito?” disse Nando.
“Sì, cos'era?”
“La volete finire con questo chiasso? Sono le due del mattino!”
Si sentì.
“Dei versi animaleschi, tipo quelli del Sasquatch” disse Betty.
“Vuoi dire un Bigfoot? E come diavolo fai a saperlo?”
“Ho visto dei documentari e il verso che facevano sentire era simile.”
La porta si aprì e la signora Peraglia entrò: bigodini in testa, maschera per il viso e una vestaglia che sembrava un tendone da circo.
“Bene, anche la porta aperta, facciamo entrare cani e porci. Allora, la volete finire con tutto sto casino o devo chiamare i carabinieri?”
Nando e Betty urlarono.
“Un mostro con la testa piena d'occhi!” gridò lui.
“Sarai bello tu” disse la signora.
“Ci divorerà, saltiamo dietro quel cespuglio, presto” disse lei.
Saltarono dietro il divano e si accovacciarono.
“Scommetto che siete strafatti. Che schifo. Forza, venite fuori da lì.”
Nando si girò verso la finestra.
“Guarda, una grotta. Se riusciamo a entrarci potremmo nasconderci.”
“Ottima idea, vado io per prima.”
“Comunque non era un Bigfoot. Non esistono”
“Non mi sembra il momento giusto per parlarne.”
“Ok, vai e buona fortuna.”
Betty prese la rincorsa e saltò giù dalla finestra. Si schiantò sul tettuccio di una Ford e scattò l'allarme.
La signora spalancò la bocca.
“Ma...”
Nando la fissò con disprezzo.
“Non ci avrai mai, mostro.”
Corse e saltò giù. Finì sopra Betty e l'allarme della macchina si spense.
La signora si affacciò e vide i due cadaveri uno sull'altro e la folla che si radunava intorno.
“Stupidi decerebrati, non meritate una lacrima” disse la signora.
Tornò dentro e prima di andare notò sul tavolino il pacchetto di caramelle.
“Gommose alla frutta. Le adoro. Tanto a loro non servono più.”
Ne mise una in bocca e la masticò.