Ero in cerca di lavoro. Tirai fuori il ritaglio di giornale appallottolato dalla tasca del cappotto, lo scartocciai e lessi l’indirizzo riportato sull’inserzione. Alzai la testa e controllai i numeri civici delle varie abitazioni. La zona in cui mi trovavo non era esattamente la parte”bene” della città. Era una via buia, che non aveva intenzione di permettere in alcun modo di fare entrare la luce estiva del sole. Come un buttafuori di una discoteca che respinge gli indossatori di jeans e scarpe da tennis. Le case erano vecchie, con le persiane bucherellate dalla grandine di chissà quale annata. La spazzatura maleodorante e lasciata a marcire aveva creato un ratto-party, a cui accorsero numerosi roditori, direttamente dai tombini. Individuai il numero civico, feci un’ultima boccata di sigaretta e la schiacciai sotto la suola. Attraversai un portone di legno grezzo e mi ritrovai all’interno di una vecchia palazzina scalcinata. L’atrio era grande poco più di un monolocale. La mia attenzione cadde su una grossa ragnatela, che avvolgeva una vecchia sedia di metallo arrugginito. Il ragno aveva lavorato indisturbato per così tanto tempo da riuscire a tessere uno scialle.
Ripresi l’annuncio e ricontrollai l’indirizzo, ed era giusto. Eppure, quel posto, sembrava abbandonato da anni. Decisi comunque di proseguire. Non trovavo lavoro da mesi e cominciavo a trovare appetitose le scatolette di cibo per cani. Mi voltai e mi diressi verso un grosso ascensore di metallo, che al contrario del resto che lo circondava, era pulito e lucente, come le cucine in metallo che si vedono nelle televendite. Premetti il pulsante e le porte si aprirono con un leggero sibilo, simile a quello di una mamma mentre culla la sua creatura nel tentativo di addormentarla. Un dolce sussurro. Entrai, e le porte si chiusero alle mie spalle. Seguii la chiusura delle porte tramite il riflesso di un enorme specchio sulla parete. Poi buttai un occhio su me stesso. Lo stress e la malnutrizione di quel periodo mi invecchiarono di una buona decina d’anni e mi fecero un paio di regalini, come i capelli bianchi e dei solchi profondi che scendevano dagli angoli degli occhi. Di sicuro avevo passato giorni migliori, ma non mi sentivo ancora spacciato.
Andai per premere il pulsante, quando una luce accecante esplose dallo specchio. Era calda e si prese tutto. Con gli occhi chiusi cominciai a tastare in giro in cerca della pulsantiera. La luce si spense all’improvviso e fu buio pesto. Nero come il fondo dell’oceano. Un puntino luminoso comparì all’improvviso e diventò un minuscolo cerchietto, che cominciò a ingrandirsi. Divenne abbastanza grande da contenermi e si fermò. Sentii un rumore di turbina, e anche se non si vedeva, sapevo che l’interno di quell’anello stava ruotando. Il turbinio partì come un aspirapolvere. E più aumentava, più venivo attratto. D’istinto mi girai e cominciai a correre. A causa del panico, realizzai, con qualche frazione di ritardo, che l’ascensore era svanito, dissolto. Ma ormai era un sassolino in una valanga. Il rumore divenne potente come quello di un jet in partenza. Il tunnel mi sollevò di peso e mi ingoiò come un pitone con un coniglio. E mi sputò nello spazio. Mi accorsi di poter respirare, prova ineluttabile che si trattava di un sogno. Raggiunta questa consapevolezza decisi di godermelo. La terra divenne rapidamente una capocchia di spillo e in pochi secondi attraversai una miriade di galassie. Erano bellissime e c’era vita. La percepivo e mi sentivo in pace. Poi tutto cominciò a svanire e me lo lasciai alle spalle. Ero immerso in un cosmo vuoto e freddo che cambiò colore gradualmente, fino a diventare bianco. Questo mi fece pensare ad alcune storie pre-morte di cui avevo sentito parlare. Tunnel, luce e tutto il resto, combaciavano con i racconti di chi era praticamente morto, ma per qualche oscuro motivo riuscì a tornare indietro… Magari, in quel momento, ero sul letto di casa mia, pallido, con un mezzo ghigno di sofferenza scolpito in faccia e col cuore collassato, e stavo andando verso l’aldilà . Nessuno, di quelli che sono tornati indietro sfuggendo alla morte, ha mai potuto vedere quello che c’è oltre il viaggio. Quel privilegio è un biglietto di sola andata. Ero eccitato, curioso, spaventato e rassegnato. Il viaggio durò ancora un po’, immerso dal silenzio latteo e dal frastuono dei miei pensieri. Poi scorsi un puntino lontano che crebbe lentamente, notai che si trattava di una persona. “Comincio a incrociare gli altri” pensai, poi la sagoma divenne più definita. Mi sentii strano, mi sembrava familiare. Mi accorsi che veniva verso la mia direzione e, dopo qualche secondo, Tutto il mio essere cominciò a vibrare. Quella persona ero io. Stessi vestiti, stessa pettinatura, stesso tutto. La vibrazione aumentò col passare dei secondi. Non avevo possibilità di cambiare direzione. Mi sarei schiantato contro me stesso. Agitai un braccio per avvertirlo, ma lui fece la stessa cosa. Poi alzai l'altro braccio, ed imitò ancora il gesto. Non sapevo più cosa pensare. Urlai. Urlò.
Rassegnato andai verso il mio destino. Ci scontrammo, e tutto si spense. Mi risvegliai nell'ascensore, e vidi la mia espressione scioccata riflessa
nello specchio. Notai una valigia appoggiata in un angolo. Le porte si aprirono. Presi la valigia, ma prima di uscire non riuscii a trattenermi dal premere il pulsante. Non successe nulla. Uscito dall'ascensore, guardai lo scialle di ragnatela sulla sedia di metallo. Aveva rivestito interamente la sedia, rinchiudendola in un enorme bozzolo. Uscii dalla palazzina. Appena fuori aprii la valigia. C'erano abbastanza soldi da risollevarmi come si deve. Quindi, avevo fatto da cavia? Mi risposi di sì. Ma un dubbio mi attanaglierà fino alla morte. Se mi hanno pagato così bene, vuol dire che il rischio era alto. Se qualcosa fosse andato storto... bè, avrei vinto un biglietto di sola andata.
Colonna sonora:
http://youtu.be/hJHU-kYeMFM
ALLEGATI:


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